La sentenza del calcio sul caso Anna Frank & adesivi laziali è una vergogna”. La sintesi di Roberto Beccantini per l’Altropallone è perfetta, ci sarebbe poco da aggiungere, ma questa è una storia che deve essere raccontata e ricordata. Il Tribunale federale nazionale della FIGC, presieduto da Cesare Mastrocola, ha sanzionato la Lazio con un’ammenda di 50 mila euro per quanto accaduto in occasione del match casalingo con il Cagliari dello scorso 22 ottobre, quando alcuni tifosi biancocelesti, dopo la chiusura per due giornate della Curva Nord a causa di cori razzisti, decisero di seguire la partita contro il Cagliari dal settore storicamente riservato ai romanisti, tappezzando la Sud di adesivi riportanti l’immagine di Anna Frank con indosso la maglia della Roma. Il procuratore federale Giuseppe Pecoraro aveva chiesto, oltre alla multa, anche 2 turni a porte chiuse per la Lazio, ma il tribunale ha accolto solo in parte la richiesta della procura (che farà ricorso). La motivazione? “Non sussistano i presupposti per infliggere la sanzione della disputa di due giornate a porte chiuse in quanto, in tal modo, verrebbe penalizzata la quasi totalità della tifoseria laziale per il becero comportamento di solo venti persone”, leggiamo nelle motivazioni con le quali il Tribunale federale della Figc respinge la richiesta della procura. “Tale sanzione risulta essere estremamente penalizzante per la parte di tifoseria sana che, di fatto, sarebbe ostaggio dei comportamenti inqualificabili tenuti da pochissimi pseudo tifosi e potrebbe portare al compimento di ulteriori atti emulativi sempre da parte di pochi sprovveduti che potrebbero provare ulteriore soddisfazione nel constatare quanto il loro comportamento sia in grado di condizionare un’intera tifoseria. Pertanto il Collegio ritiene congrua l’irrogazione della sanzione dell’ammenda pari a 50.000 euro”. 

Molti adesivi erano degli Irriducibili, il gruppo ultras laziale che (dopo un periodo di flessione dovuto a vari motivi, soprattutto per le inchieste penali sui leader) sembra tornato a esercitare qualche forma di egemonia in curva. Com’era ovvio e prevedibile, le reazioni furono moltissime, dallo sdegno delle autorità sportive e istituzionali alla solidarietà sui social. Le forze dell’ordine, alla fine, identificarono più di 15 tifosi della Lazio (tra i quali, due minorenni) e la procura di Romaha indagato per istigazione all’odio razziale. Ma la questione degli adesivi, lungi dall’essere una “innocente” goliardata, ha una storia ben più lunga alle spalle, che va al di là di quest’ultimo episodio. Come ci dice Emanuele Santi, scrittore romano (e romanista), “per quanto riguarda la sentenza sugli imbecilli della Lazio il discorso è ben più ampio. Investe la sfera culturale e purtroppo nelle curve di cultura ce n’è ben poca. Il pallone è lo specchio del Paese dopotutto. I buu razzisti, “romanista ebreo”, i laziali che cantano: “perché perché la domenica la sinagoga è vuota..” (con le note di Rita Pavone) è un cosa che va avanti da oltre vent’anni. Quegli adesivi, se scavi negli ambienti dell’estrema destra romana (fin dai tempi di Teodoro Buontempo e dei primi skin head di area MSI) li trovavi anche con Anna Frank con la maglia della Lazio. E, comunque, escono da tipografie che fanno anche altro (se vogliamo dirla tutta), cioè escono da un’attività commerciale che produce pil, non sono fatti a mano dagli stessi cretini che li divulgano. Se ci limitiamo a parlare della sentenza e della sola multa, si capisce che Lotito ha ancora peso in Federazione e, considerando i precedenti penali dello stesso patron biancoceleste, il pallone di casa nostra è messo male“. Gli adesivi con Anna Frank e la maglia della Roma, in effetti, erano già comparsi in passato: nel 2013, avvistati per le strade del rione Monti, causarono le proteste di alcuni abitanti e commercianti della zona, suscitarono un discreto clamore, ma tutto finì lì. La vicenda era, infatti, stata archiviata come provocazione tra tifoserie contrapposte per determinare chi fosse più “ebreo”, sfottò tragicamente “normale”, in questo ambiente. In questo senso, il comunicato diffuso il giorno dopo Lazio-Cagliari dagli Irriducibili è esemplare: esprimono stupore per l’attenzione mediatica, negano ogni addebito (“non ci dissociamo da ciò che non abbiamo fatto”), minimizzano parlando di “scherno e sfottò da parte di qualche ragazzo”.  Le dichiarazioni del capo del gruppo ultras laziale, Fabrizio “Diabolik” Piscitelli, confermavano, poi, la linea del gruppo ultrà: “In tutti gli stadi ci stanno gli insulti da una curva all’altra poi i romanisti fanno le stesse cose”. È innegabile -come diceva Santi e come racconta anche Leonardo Bianchi, in un lungo pezzo su VICE Italia dello scorso ottobre- che la questione dell’antisemitismo nelle curve non sia riferibile solo a una frangia del tifo laziale e che vada avanti indisturbata da molti anni: nel 1998, per esempio, nella Curva Nord comparve uno striscionetristemente famoso : “Auschwitz la vostra patria, i forni le vostre case.” Tre anni dopo, sempre alla Nord, un altro striscione anti romanista: “Squadra di negri, curva di ebrei.” Nel 2006 le parti si invertono: mentre giocano Roma e Livorno, i romanisti espongono un enorme striscione: “Lazio-Livorno: stessa iniziale, stesso forno”. Nel 2014, durante la finale di Coppa Italia tra Roma e Lazio, i laziali scrivono: “La storia è sempre quella, sul petto vuoi una stella”. Qualche mese più tardi i romanisti rispondono scrivendo sui muri di Testaccio “SS Lazio Juden”, “Laziali sionisti” (con tanto di svastica) e, guarda caso, “Anna Frank tifa Lazio”. Nel Giorno della Memoria del 2015, sul muro di un liceo di Monteverde, appare la scritta “27/1: 6 milioni di romanisti”, con svastica e sigla “UL”. Nel novembre del 2012, però, laziali e romanisti accantonarono le rivalità con l’aggressione congiunta ai tifosi del Tottenham Hotspur, considerata tradizionalmente la squadra “ebraica” di Londra. Il raid si concluse con 13 feriti e la devastazione di un locale a Campo de’ Fiori e venne compiuto -come ha stabilito la magistratura- da ultras laziali e romanisti a volto coperto. Un quadro del genere, scriveva Carlo Maria Miele su Mondocalcio, evidenzia come “le vecchie collocazioni politiche (a destra gli ultras della Lazio e a sinistra quelli della Roma) sono superate da almeno un ventennio“. Già una decina di anni fa un rapporto del Viminale sottolineava lo “stretto legame” di parte delle tifoserie di Roma e Lazio “con il movimento di estrema destra romano”; e un altro rapporto del 2013, sempre del ministero dell’interno, parlava di questo ruolo maggioritario ormai assunto in diverse curve italiane. Sul sito DinamoPress, inoltre, si legge in un articolo del 2014 che “nel mondo romanista si è assistito a una sostanziale sottovalutazione dei mutamenti politici e culturali del tifo ultras. In molti casi si è creduto, in buona fede, che la storica collocazione “a sinistra” di gran parte del tifo giallorosso bastasse di per sé a difendersi dalla deriva neofascista della curva“. Una situazione di questo tipo non è per forza di cose immutabile; e anzi, è estremamente fluida. Per restare sulla stretta attualità, esistono moltissimi tifosi laziali che rigettano queste esternazioni così becere di antisemitismo. Il gruppo “We Love Lazio,” per esempio, lo scorso ottobre pubblicò un comunicato in cui affermava che “non c’è giustificazione possibile per lo svilimento reiterato di ferite profonde e ancora aperte a battute di tifosi annoiati del terzo reich. (…) Non è goliardia, è miseria umana“.
Se, da un lato, l’equazione “laziale = fascista” non è per forza di cose così granitica, dall’altro la vicenda degli adesivi di Anna Frank -come scrisse sull’edizione romana di Repubblica all’indomani dell’episodio degli adesivi Guido Caldiron, uno dei massimi esperti di estrema destra in Italia- è solo “l’albero che cela la foresta“. Infatti, secondo il giornalista, “esiste una sottocultura giovanile di estrema destra che mescola riferimenti alla razza, al passato fascista e genera emulazione“. Ed è proprio da questo “brodo di coltura” che alcune formazioni politiche (ora impegnate ad “acquisire una visibilità più normalizzata”) attingono a piene mani. Così facendo, cioè manovrando e incanalando questa “sottocultura” che attraversa gli stadi e le strade, l’estrema destra romana (ma non solo) sta vivendo una stagione di forte protagonismo, dalle proteste anti-migranti in periferie ai picchetti “solo per italiani” nelle case popolari. Per questo motivo, insomma, è sempre utile allargare il campo e ricostruire i sommovimenti che stanno dietro a fatti di questo genere. Perché, alla fine, questa estemporanea fiammata di indignazione rischia di confinare il tutto a un semplice affare di curva, e dunque di far perdere di vista il contesto generale.
Per lo stesso motivo, forse, la pena comminata alla Lazio rischia di “normalizzare” una situazione che tutto è furochè “normale”. Il giornalista Jvan Sica ci spiega alla perfezione questo senso di malessere: “A me viene da piangere nel vedere quell’immagine. Se si può condensare un fatto storico così terribile in un’immagine, se loro pensano che un’immagine contenga uno sfottò così grande, allora anche il dolore che sta dietro quella storia e quella Storia, deve essere violento. È giusto riconoscere e parlare della tragedia che c’è dietro quell’immagine, un’immagine che tiene dentro un dolore“.

la vignetta di Mauro Biani è uscita su Il Manifesto,

in mezzo la figurina “Anna Frank con la maglia della Roma” di cui si parla nell’articolo

l’aquila qui sotto è il simbolo dalla pagina Facebook “Laziale e Antifascista”.

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