Il 17 ottobre del 1968 i velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos alzano il pugno chiuso e guantato di nero durante la premiazione finale alle Olimpiadi di Città del Messico, un gesto di protesta nei confronti dei diritti negati alle persone di colore, accolto da fischi da parte del pubblico presente, ma allo stesso tempo da solidarietà da parte di molti atleti bianchi, una volta venuti a sapere che i due corridori erano stati sospesi dalla squadra statunitense.

All’epoca si era in pieno Sessantotto, un fenomeno socio-culturale che ha investito molti settori della società, attraverso la cosiddetta “controcultura”, una forma di contestazione che ha avuto principalmente come protagonisti studenti e operai, ma anche gruppi che hanno creato (o hanno sviluppato ulteriormente) movimenti per i diritti civili, tra cui quelli degli afroamericani.

I movimenti per i diritti civili degli afroamericani degli anni ’50-’60 avevano come scopo quello di porre fine alla segregazione razziale e alle discriminazioni nei confronti delle persone di colore. Già nel secolo precedente si era assistito ad un periodo di cambiamento, definito “fase della Ricostruzione”, un’epoca in cui si stava lentamente passando dal pregiudizio nei confronti dei neri alla civiltà, attraverso l’abolizione della schiavitù, il permesso di voto, la concessione della cittadinanza americana, ecc. Il presidente americano Abraham Lincoln fu il primo a orientarsi in questa direzione, emanando il Proclama di Emancipazione (1862) per liberare dalla schiavitù gli afroamericani degli Stati Confederati. Tuttavia non tutti erano d’accordo con tale concessione: Lincoln venne assassinato tre anni dopo, nel frattempo era nato il Ku Klux Klan (una setta che propugnava la superiorità della razza bianca) e la fase della Ricostruzione cessò definitivamente.

A partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, i movimenti per i diritti civili degli afroamericani hanno dato origine a diverse campagne di protesta, adottando l’arma della disobbedienza civile. Si tratta di una forma di lotta politica che comporta la consapevole violazione di una legge oggettivamente ingiusta, in modo da attirare l’attenzione sulla questione e portare a un cambiamento significativo. Spesso le proteste di tali movimenti seguivano l’esempio di Mohandas Karamchand Gandhi, fautore della “nonviolenza”, ossia il rifiuto a ricorrere a qualsiasi forma di violenza fisica. Ciò nonostante vi furono gruppi che hanno rifiutato le istanze nonviolente per abbracciare l’autodifesa, fatta di scontri armati. Ne è un esempio il Black Panther Party, un’organizzazione rivoluzionaria nata a metà degli anni Sessanta, che ha acquisito molta visibilità mediatica grazie al gesto dei due atleti sopracitati.

Gli afroamericani volevano il riconoscimento dei loro diritti, tramite l’abolizione della discriminazione per razza e colore della pelle, che li privava di partecipare attivamente alla vita pubblica o ricevere una giusta istruzione, tematica molto affrontata durante il Sessantotto. Spesso capitava che ad alcuni studenti neri venisse data la possibilità di accedere a scuole o università frequentate da bianchi, ma il più delle volte dovevano scontrarsi con i governatori locali o gli studenti stessi, che cercavano di impedirne il passaggio, trattandoli male attraverso insulti, sputi e lanci di pietre, una situazione spesso al limite del controllo, come quando nel 1962 James Meredith venne ammesso all’Università del Mississippi e qualcuno sparò sulla folla e sui poliziotti che lo stavano scortando all’interno dell’istituto, provocando molti feriti e vittime. Ancora una volta i bianchi si opponevano all’integrazione.

Forme celebri di disobbedienza civile sono state il boicottaggio, soprattutto degli autobus di Montgomery (Alabama), iniziativa scaturita dal gesto di protesta di Rosa Parks, che nel 1955 si rifiutò di cedere il suo posto a un bianco, venendo di conseguenza arrestata; oppure i sit-in, occupazioni di aree o luoghi pubblici vietati alle persone di colore, come quello avvenuto a Greensboro (Carolina del Nord) nel 1960, quando quattro studenti di un college per afroamericani si sedettero al bancone di un locale Woolworth per protestare contro la discriminazione nei confronti dei neri e a cui non fu servito da magiare; ma sicuramente hanno avuto un forte impatto sociale le marce pacifiste, come quella di Washington del 1963.

Il 28 agosto 1963 venne organizzata la nota marcia su Washington, capeggiata da Martin Luther King e altri attivisti dei movimenti afroamericani. L’idea della manifestazione era quella di collaborare con tutte le organizzazioni per i diritti civili, non soltanto quindi degli afroamericani, ragion per cui si distinse proprio per non fare lo stesso gioco dei bianchi. Gli obiettivi della marcia erano ovviamente finalizzati all’ottenimento di leggi significative per i diritti civili dei neri: le pari opportunità sul lavoro ed equi stipendi, il diritto ad avere un alloggio dignitoso, il diritto di voto e all’istruzione, quindi la fine della segregazione razziale nelle scuole, nei luoghi pubblici e via. I dimostranti si riunirono al Lincoln Memorial per ascoltare il rinomato discorso I Have a Dream, pronunciato da King. Già in precedenza era stata fatta una marcia simile: la campagna di Birmingham (Alabama) nel 1963. La manifestazione aveva portato all’arresto consapevole dei manifestanti, oltre che essere stata teatro di razzismo e violenza, fino all’attentato nei pressi del motel dove alloggiava King insieme ad altri membri della SCLC (Southern Christian Leadership Conference).

I Have a Dream si rifà ad alcuni documenti significativi della storia americana, come la Dichiarazione d’Indipendenza (1776), la Costituzione degli Stati Uniti d’America (1787) e il Proclama di emancipazione (1862). «Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Io ho un sogno oggi!». Con queste parole King esorta gli americani ad agire nell’immediato, dicendo che ce la possono fare a realizzare un cambiamento, soffermandosi in particolare sul concetto di sogno. King verrà assassinato il 4 aprile del 1968, poco dopo aver organizzato la marcia dei poveri, a cinque anni di distanza dall’assassinio del presidente americano John Fitzgerald Kennedy, che aveva appoggiato l’integrazione, e a tre anni di distanza dall’uccisione di Malcom X, sostenitore dell’islamismo come forma per abbattere ogni barriera razziale e ogni forma di discriminazione.

Tra i traguardi raggiunti dai movimenti afroamericani si possono ricordare il Civil Rights Act (1964), che dichiarava illegale la segregazione razziale nelle scuole, sul lavoro e nei luoghi pubblici; e il Voting Rights Act (1965), che permise di estendere il diritto di voto a tutti i cittadini neri americani.

Queste sono solo alcuni dei tanti protagonisti e avvenimenti della storia afroamericana, che ha visto raggiungere risultati positivi, ma che allo stesso tempo ha rivelato quanta cattiveria ci sia nell’uomo. Non furono solo gli Stati Uniti d’America a mobilitarsi per tali questioni. Anche in Sud Africa si distinse il movimento dei neri contro l’Apartheid, la politica di segregazione razziale che rimase legge grossomodo dal secondo dopoguerra fino all’11 febbraio 1990, giorno della liberazione di Nelson Mandela, esponente del movimento antiapartheid, costretto a scontare 27 anni di carcere. L’Apartheid proibiva il matrimonio e i rapporti sessuali interrazziali, impediva alle persone di colore di frequentare determinate aree urbane e spazi d’uso comune, arrivando anche a creare dei veri e propri ghetti per separare i bianchi dai neri, e così via dicendo. L’unica differenza tra i movimenti afroamericani e quelli antiapartheid è che questi ultimi affiancarono la lotta armata alla nonviolenza, che tentarono comunque di privilegiare.

In fin dei conti, secondo la teoria scientifica dominante, l’uomo moderno ha origini africane. Ma se anche così non fosse.. Che importanza ha? Siamo comunque tutti uguali, quindi il sogno di King è il sogno di tutti, bianchi e neri, perché purtroppo ancora oggi ci sono situazioni di discriminazione razziale.

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