Da anni attenta ai temi legati alla relazione tra industria, territorio, società, lavoro la Fondazione Mast di Bologna annuncia, con una mostra collettiva, l’assegnazione del quinto premio della competizione internazionale Mast Foundation for Photography Grant on Industry and Work. Sara Cwynar (Canada), Sohei Nishino (Giappone), Mari Bastashevski (Russia) e Cristóbal Olivares (Cile) sono i quattro finalisti dell’edizione 2018. Che cosa accomuna le loro ricerche ai temi dell’industria e del lavoro? A un primo sguardo sembrerebbe difficile trovare il filo comune che ha condotto la giuria a selezionarli, ma osservando attentamente le fotografie dei quattro autori, quel filo emerge, a mio parere, nei territori che, di volta in volta, appaiono e scompaiono costringendo l’osservatore a un esercizio molto attento di perlustrazione all’interno della rete di immagini costruita dal curatore Urs Stahel.

I deserti attraversati dagli immigrati dominicani che tentano di arrivare in Cile sono l’oggetto della ricerca realizzata da Cristóbal Olivares The desert. L’esposizione si compone di una serie di grandi immagini che ritraggono lo spazio dell’attraversamento sulle quali si innestano i ritratti presi di spalle degli immigrati stessi i quali, per ragioni evidenti, scelgono di non essere fotografati in volto. Un ulteriore elemento dell’installazione è costituito da alcuni video proiettati a parete in cui la voce fuori campo del migrante racconta il proprio viaggio, la propria storia, mostrando al fotografo la “narrazione” attraverso le immagini scattate con il proprio cellulare. L’autore mostra qui un territorio nel territorio: quello che questi uomini e queste donne attraversano nella realtà e che il fotografo mostra nell’asciuttezza del loro esistere, senza alcuna enfasi, e quello composto dalle immagini scattate da chi sta compiendo il viaggio: fatto di volti lasciati là da dove si è partiti, di porzioni di cartine che parlano della distanza tra un luogo e un altro – una distanza effimera che non si fa corpo e appare soltanto in una inadeguata immaginazione – di compagni di viaggio.

I migranti vengono come sempre illusi di trovare oltre quel territorio una nuova vita, un lavoro, finendo invece per essere spogliati dei loro ultimi sogni. La migrazione non ha confine, ogni territorio è uguale a un altro, pare sostenere l’autore. Qui vediamo il Sud America ma ogni continente ha la sua migrazione che noi non conosciamo e dunque il territorio diviene invisibile, il che equivale a omologare il fenomeno, a renderlo nullo.

È ancora un racconto ricco di particolari quello proposto da Mari Bastashevski dal titolo Emergency managers. Anche qui diversi territori si sovrappongono. Da un lato le immagini che raffigurano la cittadina di Flint (Michigan) affetta da una grave crisi idrica verificatasi nel 2014, dovuta all’avvelenamento colposo delle acque causa della morte di gran parte degli abitanti della zona e che l’autrice è costretta a fotografare soltanto dopo aver ricevuto l’autorizzazione a farlo proprio in virtù dell’emergenza in corso; dall’altra una serie di documenti che testimoniano come esista un altro territorio, sotto traccia, rappresentato da aziende specializzate le quali, dopo aver creato la crisi, offrono le soluzioni per poterla debellare.

© Mari Bastashevski, titolo: Il consigliere Erik Mays. Luogo: Conferenza sull’acqua, Municipio di Flint, Michigan, USA, 2017. Accesso: Autorizzato per iscritto.

Il risultato è uno stato permanente di disinformazione cui la popolazione è sottoposta mediante un preciso gioco di falsificazione delle informazioni mutuato proprio dalle immagini che mostrano i manager dell’emergenza al lavoro per garantire il ritorno alla normalità. La finzione invade la realtà: due territori contigui e spesso sovrapposti che non è più così chiaro ormai distinguere e sui quali gli individui sono costretti a vivere senza soluzione di continuità.

© Mari Bastashevski, titolo: Senza titolo. Luogo: Asta di abitazioni, Detroit, Michigan, USA, 2017. Accesso: autorizzato da un agente immobiliare.

“Il colore non è intrinseco in nulla. È una questione di giudizio”. La frase è pronunciata da Sara Cwynar, artista visuale canadese, che con il video Color Factory ci offre una disamina del valore del colore nel sentire comune. Il video affronta il tema dell’interpretazione della percezione visiva del colore, elemento che appare determinante in moltissime decisioni che gli individui si trovano a dover prendere ogni giorno, sia in assoluto sia in situazioni contingenti. Com’è il colore rosso che vedo io e quello che vedi tu? Alla domanda ognuno risponderà in maniera diversa evidenziando quanto sia abbastanza difficile trovare due opinioni comuni.

Sarah Cwynar, Colour Factory, 2017, 16 mm film transferred to video, video, size variable, © Sarah Cwynar

Qui il territorio è quello della percezione che viene abbondantemente invaso da quello del “giudizio”; l’autrice li affronta utilizzando il paradigma dell’industria cosmetica dove qualcosa di profondamente innaturale come il colore del make up  viene proposto e venduto come se fosse sinonimo di realtà. Il colore è naturale si chiede Cwynar? Qual è il colore giusto? Queste semplici domande inducono lo spettatore a porsi in un ambito di dubbio su ciò che esattamente rappresenta l’interpretazione soggettiva di un colore. Ci si può fidare soltanto della propria percezione, ma anche questa sarà vera? O non sarà forse viziata dai molteplici messaggi, più o meno subliminali, che la comunicazione visuale utilizza ogni volta in modo differente? La comunicazione (di qualunque natura) cambia il valore del colore osservato, ci dice l’autrice; i dispositivi meccanici e digitali lo manipolano. Il colore è un concetto indefinito, come il tempo, ma il tempo è determinato dall’uomo: questo lo fa esistere? Oppure decreta la sua inesistenza? Alla stessa stregua si può parlare del colore. Sara Cwynar ragiona su territori paralleli e sovrapposti, su cosa è vero e cosa è falso, cosa può rappresentare l’originale e cosa la riproduzione dello stesso.

Sarah Cwynar, Tracy, griglia (dal blu al rosa), dalla serie “La fabbrica del colore”, 2017, © Sarah Cwynar

Lavoro di grande fascino quello dell’artista giapponese Sohei Nishino, The Po/Il Po. Il territorio percorso dall’autore attraversa tutta l’estensione del fiume italiano più lungo: una grossa fetta di paesaggio che Nishino interpreta mediante la tecnica del diorama.

Otto macro immagini realizzate con l’ausilio di 3000 piccole fotografie accostate l’una all’altra in modo talmente “realistico” da mettere il fruitore nella condizione di percepire il paesaggio intero che appare così simile a un’antica incisione. Molteplici sono i piani di lettura di queste immagini. Primo fra tutti quello che ci mostra come in un unico contesto, mediante due differenti livelli di attenzione, possa essere visibile sia l’insieme sia il particolare e come entrambi possano esistere l’uno indipendentemente dall’altro ma anche come, allo stesso tempo, siano complementari.

Sohei Nishino, Pannelli – Il Po/The Po, 2017, © Sohei Nishino

Con un minuzioso accostamento di particolari, l’autore disegna il percorso del fiume dalle sue origini, sul Monviso, fino al delta. Il territorio è così mostrato al fruitore nel suo insieme e, contestualmente, in piccoli rettangoli ciascuno dei quali è un microcosmo indipendente, un elemento questo che trova una sponda spirituale radicata nella filosofia orientale cui evidentemente l’autore fa riferimento, più o meno consapevolmente, e che rimanda all’Unico inteso come Cosmo, come percorso che da individuale si trasforma in collettivo.

A sottolineare tale suggestione, l’autore estrapola alcuni di questi particolari isolandoli sia in singole immagini sia in brevi serie nelle quali si ravvisa il medesimo atteggiamento filosofico del percorso individuale calato nel contesto globale. Si parte così dal dettaglio del volto di un uomo e attraverso una serie di scatti successivi il fotografo si allontana  scoprendo il paesaggio in cui l’uomo stesso (che non è solo perché altri sono con lui) è inserito. Di nuovo l’accento viene posto sul dettaglio che fa parte dell’insieme e si evidenzia come la percezione possa essere del tutto differente se il nostro sguardo si posa su uno o sull’altro. Anche in questo caso abbiamo a che fare con diversi territori, quelli percettivi, che si possono manifestare simultaneamente come singolarmente.

Sohei Nishino, Pescatore di 85 anni, Delta del Po, Bonelli, Porto Tolle, Veneto, dalla serie “Il Po”, maggio 2017, © Sohei Nishino

All’interno delle immagini isolate ci sono le storie degli uomini e dei luoghi esposti con discrezione e reverenza tutte giapponesi, come nella “Serie n. 21” che racconta i tuffi estivi nel fiume, nei giorni di festa, presumibilmente dopo il lavoro. L’immaginazione porta il fruitore su territori visibili e invisibili. A sovrastare tutto l’imponenza del fiume e di come questi scandisca le vite dei piccoli microcosmi che si affastellano sulle sue rive. Il fiume è protagonista nelle vite degli uomini ed essi appaiono estremamente consapevoli della sua importanza: lo sfruttano e lo adorano contemporaneamente, come fosse una divinità arcaica.

Sohei Nishino, Zuccherificio abbandonato, Pontelagoscuro, Ferrara, dalla serie “Il Po”, agosto 2017, © Sohei Nishino

Ci sono luoghi che sembrano fermi, è insito in loro un aspetto di memoria vivente, una sorta di funzione che è imprescindibile qualunque sia il momento storico che li attraversa. Assumono un aspetto che a prima vista appare differente da un punto all’altro, da un’epoca a un’altra eppure sono immobili. È la percezione umana che li fa sembrare ogni volta diversi.

INFO SULLA MOSTRA

MAST Foundation for Photography Grant on Industry and Work

A cura di URS STAHEL

31 gennaio – 1 maggio 2018

Martedì – domenica, orari: 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito

Fondazione MAST

Via Speranza, 42

40133 Bologna

www.mast.org

 

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