Sempre più persone si avvicinano all’alimentazione vegana. Escludendo chi lo fa per moda (scelta che non merita stima), chi per una questione di salute (comprensibile, ma non ha nulla a che vedere con l’etica) e chi per una questione di intolleranze o allergie (inevitabile) è giusto capire il perché di questa scelta, in quanto troppo spesso oggetto di banalizzazioni. Nell’articolo si parlerà solo di alimentazione, perché il discorso sarebbe troppo vasto e includerebbe anche vestiario di origine animale, intrattenimento con animali e così via.

Alla base dell’alimentazione vegana c’è il vegetarianismo, che esclude dalla propria dieta (non da intendere come forma per dimagrire) la carne e il pesce, per le seguenti ragioni:

1 – Coerenza di pensiero. Chi decide quale animale elevare a componente della famiglia e quale uccidere per sfamarsi? Nessuno mangerebbe il proprio animale domestico, quindi per estensione dovrebbe essere lo stesso anche per quelli da allevamento, secondo il pensiero animalista. Non saranno carini o affettuosi come cani e gatti (dato comunque discutibile), ma non è comunque una buona ragione per giustificare la seconda scelta;

2 – Libertà di scelta. Tutti ricevono un’educazione alimentare, legata alla cultura del proprio Paese di origine. Di conseguenza, la nostra alimentazione è dettata dalla società in cui nasciamo: bastava nascere da un’altra parte e allora avremmo mangiato diversamente. Da qui il voler ragionare con la propria testa e non perché influenzati/manipolati da un’abitudine o una tradizione, dietro cui la politica e la religione esercitano una forte pressione. Ad esempio, sarebbe più coerente mangiare l’agnello in un qualsiasi momento dell’anno e non specialmente a Pasqua, perché qualcuno ha deciso/imposto di farlo, rivelando così quanto siano commerciali tutte le festività.

Uno sviluppo ulteriore del pensiero etico porta al veganismo, che rispetto al vegetarianismo, rifiuta anche latte e derivati, uova e miele, quindi qualsiasi prodotto di origine animale. Per molti si tratta di una scelta drastica, tanto che i vegani sono spesso guardati con sospetto e oggetto di discriminazioni. Ecco le ragioni di tale scelta:

1 – Sfruttamento animale. L’aspetto su cui occorre focalizzarsi è l’ignoranza con cui la società educa le persone, che tradotto significa una vera e propria presa in giro. Non è raro, infatti, parlare con adulti che credono che le mucche (vacche, nel gergo agrario) facciano sempre il latte e le galline producano sempre uova. Le cose non stanno così. La mucca è un mammifero e come tutti i mammiferi produce il latte solo quando gravida: non è l’uomo che deve accollarsi il gravoso incarico di mungerla, perché altrimenti esploderebbe di latte. Lo si può ben capire pensando al genere umano: nessuna donna produce continuamente latte, perché dovrebbe farlo una mucca? Le mucche non sono più speciali di altri animali. La mucca da latte viene continuamente ingravidata affinché produca costantemente latte, ma questo ha delle conseguenze gravi sull’animale: le mammelle si infiammano a furia di essere spremute e la mucca, non essendo in grado di reggere tale carico di lavoro, non si regge più in piedi nel giro di 4/5 anni e deve perciò essere abbattuta. Naturalmente, ogni volta che viene ingravidata, la mucca partorisce un vitello, destinato inevitabilmente al macello e la cui separazione crea un forte strazio nella madre, in quanto le mucche sono animali molto sensibili e attaccati allo loro prole, come tutti i mammiferi. È la stessa cosa che accadrebbe a un essere umano a cui viene strappato il proprio figlio. Il bere latte, comunque, è un’abitudine legata alla cultura alimentare imposta, da un certo punto di vista un’abitudine “strana”. Per capire meglio si può ragionare così: un uomo adulto berrebbe mai il latte della propria madre? Il latte vaccino (ma il discorso vale in generale)  è di fatto latte materno destinato al vitello appena nato, perciò contenente ormoni della crescita. Nessun essere umano pretenderebbe che la propria madre continui a partorire figli solo per produrre latte da bere, perché non ne avrebbe più bisogno. La scelta della mucca, comunque, è legata al fatto che è un animale molto produttivo, anche se la quantità di latte che può dare (molti litri al giorno) è dovuta all’azione dell’uomo che ha effettuato una sorta di selezione naturale, facendo nascere animali (non solo mucche) dalle prestazioni diverse da quelle che avrebbero avuto se vivessero in natura.

Il discorso appunto riguarda anche le galline, che non farebbero così tante uova se l’uomo non agisse sulla loro produzione. La gallina sente molto l’esigenza di riprodursi per garantire la propria sopravvivenza: il prendere continuamente loro le uova le stimola a farne sempre di più (senza escludere altre modalità, come l’illuminazione continua nei pollai per stimolare la produzione). A distanza di qualche anno, tuttavia, la gallina ne risente: il fare continuamente uova le provoca una tale mancanza di calcio da non riuscire più a muoversi, per colpa di problemi alle ossa. Invece, per ogni covata destinata a far nascere altre future galline, ci sarà sempre qualche pulcino maschio: quest’ultimo non diventerà mai una gallina ovaiola, perciò viene ucciso in quanto non serve a nulla in termini di mercato. Solo pochi pulcini maschi vengono salvati, perché bastano pochi galli per fecondare un intero pollaio.

Infine, la questione delle api da miele è legata principalmente al fatto che per produrlo c’è la possibilità di sottoporre a sofferenza fisica o uccidere involontariamente le api, oltre al fatto che il miele è destinato alla sopravvivenza delle api stesse.

Comunque, non tutti gli allevamenti industriali o privati di mucche, galline, api, ecc. sono intensivi. I marchi “naturale”, “allevato a terra” e simili garantiscono condizioni dignitose agli animali. Tuttavia il concetto di base rimane in ogni caso sbagliato, perché si tratta lo stesso di sfruttamento, addolcito da parole come “animali liberi” e altro. Purtroppo nessuno alleva un animale che non può dare nulla indietro, perciò anche gli allevamenti non intensivi, alla fin fine, contribuiscono alla sofferenza e alla morte degli animali, perché una volta che l’animale non è più vantaggioso, il produttore non se ne fa più nulla e se ne disfa. Qualsiasi allevamento, quindi, è un allevamento che oggettivamente non rispetta l’animale, per quanto gli si voglia bene inizialmente. A tal proposito sono nati dei centri per il recupero di animali da allevamento: si tratta di luoghi gestiti da volontari dove gli animali vengono lasciati vivere senza la pressione del mercato, finché hanno vita. Gli animali di questi centri sono anche molto giovani, appunto perché possono essere sfruttati per poco tempo, in quanto diventano presto improduttivi, ma grazie a questi centri (che si basano su donazioni) vengono salvati dalla morte e lasciati in pace.

Da sottolineare, infine, che l’allevamento non riguarda solo quello zootecnico, ma anche quello della pescicoltura.

2 – Impatto ambientale (e non solo). La conseguenza principale dell’alimentazione onnivora è l’impatto ambientale. L’inquinamento del nostro pianeta, infatti, è legato più alla scelta alimentare adottata, che non ai mezzi di trasporto, le industrie e così via. I bovini sono gli animali più inquinanti: bevono e mangiano in quantità esorbitante (oltre a emettere una grande quantità di gas). Questo significa che un singolo animale non produrrà mai tanto quanto quello che mangia ogni giorno, sia in fatto di carne che di latte. Ciò comporta spreco d’acqua per dissetare gli animali, pulire gli allevamenti e macellare nei mattatoi, ma soprattutto deforestazione. Il mangime che serve per sfamare qualsiasi animale da allevamento è infatti prodotto nei Paesi del Terzo Mondo, sottraendo ettari di foresta da adibire a campi per la coltivazione di cereali e legumi destinati agli animali. Le conseguenze principali sono: biodiversità ed ecosistemi stravolti, estinzione di specie di fauna e flora, incidenza sulle popolazioni indigene, ma soprattutto aumento dell’inquinamento: ogni volta che una pianta viene abbattuta, libera tutta l’anidride carbonica accumulata nel corso della sua esistenza e senza piante non c’è ricambio di ossigeno, indispensabile per la vita. Perché tutto questo? Perché la domanda di carne  e latte è così elevata che l’offerta, pur di soddisfarla e guadagnarci, non tiene conto delle conseguenze sopracitate, e per produrre così tanta carne e latte occorre sfamare gli animali che forniscono tali alimenti, ma non essendoci abbastanza terreni per coltivare il loro mangime, allora li si ricavano deforestando. L’aspetto paradossale è che i cereali e i legumi destinati agli animali sono prodotti in zone dove la popolazione muore di fame, quindi quel “mangime” serve per alimentare il “mangime” degli occidentali capitalisti, quando invece lo si potrebbe dare a chi ha veramente bisogno. Con una popolazione di 7 miliardi di persone in continua crescita, come si può pensare di continuare a coltivare sottraendo terra alle foreste? Prima o poi finirà la disponibilità di terreno e verrà meno il polmone della Terra, indispensabile per ogni forma di vita, compresa quella umana.

Detto questo, l’allevamento (così come l’agricoltura) nasce per dare sostentamento all’uomo, che da nomade è diventato sedentario, e garantire una sicurezza alla sua sopravvivenza. Quindi è comprensibile il motivo che ha spinto l’uomo ad allevare gli animali. Ma col passare dei secoli, però, ha anche sviluppato una coscienza, che gli permette di differenziarsi dai suoi antenati primitivi e dagli altri animali. Da qui la scelta di alcune persone di non mangiare animali o sfruttarli per produrre altro cibo. Il problema attuale riguarda le conseguenze delle azioni dell’uomo, in particolare legate all’allevamento, ragion per cui occorre rivedere tali scelte. Anche l’agricoltura, comunque, ha il suo impatto (ambientale e umano). Alcuni prodotti come soia, quinoa, anacardi, avocado, banane (molti dei quali mangiati anche da onnivori) non sono poi così tanto etici. Bisogna quindi fare molta attenzione, qualora si decidesse di tenere in considerazione le problematiche relative all’alimentazione, senza impazzire ovviamente.

In realtà il principale problema attuale non è rappresentato dalle conseguenze relative ai comportamenti alimentari, come dovrebbe essere, bensì dalla (dis)informazione, portata avanti dai gruppi estremisti vegani e onnivori. La premessa da fare è questa: l’uomo di base è onnivoro, quindi per natura è portato a mangiare sia la carne/il pesce che i vegetali, ma come già detto può decidere di eliminare dalla sua alimentazione il primo gruppo di alimenti. Nessuno impone a nessuno quale alimentazione seguire: ognuno è libero di scegliere. Bisogna quindi diffidare da tutti quei vegani che osteggiano superiorità intellettuale e non fanno altro che stereotipare la categoria, bollata perciò negativamente dalla maggior parte delle persone; così come bisogna diffidare da tutti quegli onnivori che cercano in tutti i modi di mettere in luce le contraddizioni del pensiero vegano e non accettano la realtà dei fatti. Realtà che non riesce ad emergere a causa di tutti quei dibattiti, alla radio o alla televisione, per nulla costruttivi, che si limitano a trattare di argomenti superflui, perdendo tempo (attraverso litigi) e portando fuori strada il tema. Nessun vegano serio direbbe che non si cura da un parassita, da un virus o da un tumore, in quanto organismi viventi che quindi meriterebbero di vivere anche loro. La coerenza non deve sfociare nell’assurdità e non deve essere banalizzata così.

Ciò che è auspicabile, quindi, è il diffondere vera conoscenza, in modo che chi non è ancora informato possa decidere come comportarsi e non lasciarsi influenzare dai pregiudizi alimentati dai gruppi estremisti. Le informazioni giuste però, non quelle falsificate dalle multinazionali (protette dalla politica), che pur di arricchirsi dicono quello che fa loro comodo. È triste che molte associazioni ambientaliste si siano vendute alla legge del mercato, perché più potente di loro, e che molti attivisti siano stati uccisi, perché si sono opposti al sistema. È ciò che è successo alla missionaria Dorothy Stang (1931-2005), assassinata in Brasile per aver denunciato che il principale motivo della deforestazione della Foresta Amazzonica era la coltivazione della soia destinata agli allevamenti. Ma lei è solo una delle tante vittime innocenti messe a tacere per non far dire loro come stanno le cose e di cui nessuno vuole parlare per paura di avere ripercussioni. Un dato è certo: l’alimentazione onnivora influisce notevolmente sul nostro Pianeta, quindi è sicuramente consigliabile un’alimentazione vegana. Ma non tutti potrebbero eliminare carne, uova e latte. Ci sono casi di vegani (o vegetariani) che hanno dovuto momentaneamente sospendere la loro dieta o integrarla con altre sostanze. Ma è vero anche che ci sono casi di onnivori con mancanze alimentari e allo stesso tempo vegani da sempre che non hanno il minimo problema di salute. Quindi dipende da persona a persona.

Ciò che è necessario, perciò, è avere consapevolezza delle proprie azioni, in modo da intervenire dove si riesce e cercare delle soluzioni che vadano bene per tutti, anziché farsi la guerra e perdere tempo. Parlare in modo costruttivo è il primo passo, attraverso cui diffondere informazione e non dire solo quello che fa comodo. Bisogna smettere di girarsi dall’altra parte e fare finta di niente: è troppo comodo dire che concretamente non serve a nulla interessarsi di certe questioni, perlomeno un cambiamento lo si può fare nel proprio piccolo. Sarebbe da egoisti accollare il peso alle generazioni future, perché molto probabilmente non ci saranno, in quanto con la deforestazione, l’estinzione di fauna e flora, la fine delle risorse naturali, la popolazione mondiale che cresce, ecc., come si può pensare che ci sarà un futuro? Considerando gli animali da allevare, il foraggio da produrre, le terre da coltivare, le persone da sfamare, è impossibile andare avanti così. Il problema è che si è innescato un meccanismo di non ritorno: con le nuove tecnologie e lo sviluppo della medicina, l’uomo si è garantito un’aspettativa di vita più lunga. Ma il paradosso è che con la continua crescita della popolazione, di questo passo non sopravvivrà più nessuno. La soluzione non è semplice: non si può tornare alla preistoria, quando c’era meno popolazione e l’uomo moriva in modo più “naturale”, come gli animali, mentre ora c’è un vero e proprio sovraffollamento del pianeta; così come non si può optare per il contenimento della popolazione tramite sterilizzazione (teoria eugenetica), perché sarebbe una violazione delle libertà dell’uomo, oppure trasferire l’intera specie umana su Marte (teoria fantascientifica): già è stato rovinato un pianeta, non facciamolo anche con gli altri!

La cucina vegana non è assolutamente privazione: non significa mangiare poco e male e senza sapore. Carne, uova, latte, ecc., sono solo frutto di una tradizione alimentare tramandata nei secoli: non mangiarli non significa passare l’intera esistenza a sentirne la mancanza. E non è meno salutare: gli animali che forniscono i nutrimenti tanto pubblicizzati dalle multinazionali ricavano i loro nutrimenti dai vegetali, cereali e legumi. Basta all’odio nei confronti dei vegani, nuovi capri espiatori su cui sfogare la cattiveria e le frustrazioni della società. La scelta vegana è molto positiva e intelligente per sé e per il Mondo.

 

Foto tratte dal sito di National Geographic

Foto relative al cibo tratte dalla pagina Facebook di Vegan in The City

 

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