Il Sessantotto è stato un fenomeno socio-culturale che ha fornito a studenti, operai e altre categorie sociali la possibilità di far sentire la propria voce e difendere i propri diritti. Oltre ai già discussi movimenti afroamericani e femministi, una terza tipologia merita attenzione: il movimento di liberazione omosessuale (accezione generica per identificare la comunità LGBT+). Quest’ultimo si caratterizza proprio sul finire degli anni ’60 e, come per i movimenti femministi, si diffonde dapprima negli Stati Uniti d’America e poi in altre parti del globo, ma sempre principalmente in Occidente. La data più significativa della storia del movimento omosessuale risale al 28 giugno 1969, momento in cui si verificarono i cosiddetti Moti di Stonewall, in riferimento allo Stonewall Inn, bar gay di New York che rispose all’ennesimo tentativo della polizia di disperdere la clientela e far chiudere il locale. Tra coloro che si ribellarono spiccò Sylvia Rivera, ragazza transgender, nota per aver sottolineato le discriminazioni e la marginalità dei trans all’interno della stessa comunità gay, ragion per cui sarebbe più corretto denominare il movimento omosessuale come movimento LGBT+.

Le retate della polizia non erano una novità all’epoca. Ogni scusa era buona per giustificare l’intervento delle forze dell’”ordine”: baciarsi, tenersi per mano, vestirsi con indumenti del sesso opposto, frequentare locali per omosessuali, ecc. In quel periodo non erano solo le persone omosessuali a creare “problemi”. Lo Stonewall Inn si trovava nella quartiere di Greenwich Village (New York), famoso per essere anche il centro della controcultura portata avanti dagli hippies, spesso bloccati/attaccati dalla polizia per le proteste contro la guerra del Vietnam.

In seguito alla vicenda di Stonewall nacquero associazioni e gruppi militanti LGBT+ che chiedevano rivendicazioni significative attraverso manifestazioni, dando origine anche alle prime parade. Negli anni ’70 iniziarono a delinearsi meglio tali richieste, soprattutto inerenti i diritti fondamentali degli omosessuali, per poi concentrarsi su questioni come il riconoscimento delle coppie civili e l’adozione (anche se  bisognerà aspettare almeno fino agli anni ’90 perché tali richieste venissero accolte o discusse). Tra le figure più importanti dell’epoca si può citare Harvey Milk, attivista omosessuale e supervisore di San Francisco, ricordato per l’impegno che mise nella lotta contro la Proposition 6 del senatore Briggs, che prevedeva il licenziamento degli insegnanti sulla base del loro orientamento sessuale. Come spesso accade agli attivisti che si espongono troppo ma giustamente, Milk venne assassinato, dopo aver ricevuto più volte minacce di morte, ma ciò nonostante portò avanti la sua lotta, diventando un modello per le generazioni future. Per approfondire la storia di Milk, si può suggerire il film Milk (2008), diretto da Gus Van Saint e con protagonista Sean Penn nel ruolo dell’attivista sopracitato.

Se il movimento LGBT+ ha trovato fin da subito problemi, con gli anni ’80 la situazione subì un crollo: fece la sua comparsa l’AIDS, la nota Sindrome da Immunodeficienza Acquisita. Vista come la piaga dei gay, nonché punizione divina, l’AIDS fece crescere il pregiudizio nei confronti degli omosessuali, che di conseguenza vennero discriminati ed emarginati ancor di più dalla società. Non ci volle molto a capire che il virus dell’HIV poteva colpire chiunque, non soltanto gli omosessuali, e che il contagio poteva avvenire non necessariamente attraverso rapporti sessuali. Infatti nel corso degli anni ’90 vi furono molti malati di AIDS anche tra eterosessuali e tossicodipendenti. Ciò non toglie il fatto che il bigottismo alimentato dalla disinformazione calcò la mano sulla vicenda, portando le persone affette da HIV a vivere nel peggiore dei modi gli ultimi anni della loro vita. A tal proposito si segnale il film Philadelphia (1993) diretto da Johnatan Demme e con protagonista Tom Hanks nel ruolo di un giovane avvocato gay licenziato ingiustamente dalla sua compagnia perché malato di AIDS, vicenda vagamente ispirata a una storia vera.

Ma non è necessario affidarsi alla “finzione” dei film: situazioni ingiuste nei confronti di persone LGBT+ si sono verificate anche nella realtà. È il caso di Matthew Shepard, un ventunenne ucciso da due ragazzi in una località del Wyoming sul finire degli anni ’90. Il giovane aveva mostrato attenzioni nei confronti dei due ragazzi, provocandone la reazione violenta, motivata dal cosiddetto gay panic, una semplice scusa per giustificare la violenza contro la comunità LGBT+. Ai funerali del ragazzo un gruppo di manifestanti facenti riferimento alla chiesa Battista si presentò con cartelli e slogan volgari e omofobi, impregnati di bigottismo religioso. La vicenda Shepard scosse molto l’opinione pubblica e contribuì a dare più visibilità al film Boys Don’t Cry (1999) diretto da Kimberley Pierce e con protagonista Hilary Swank nel ruolo di Brandon Teena, ragazzo transgender vittima di violenza fisica e sessuale, fatto realmente accaduto nei primi anni ‘90.

Perché tutto questo odio? Come sempre il “diverso” fa paura ed è più facile emarginarlo che accettarlo, visto anche che di solito rappresenta una minoranza. La visione maschilista-eterocentrica della società gioca un ruolo importante in questo caso, in quanto tende ad elogiare la figura maschile rigorosamente eterosessuale, lasciando in disparte l’uomo omosessuale e la donna, considerati individui inferiori. La colpa è in parte legata all’educazione eterosessuale con cui veniamo allevati, che porta ad adottare per forza quei comportamenti e quella mentalità considerati gli unici possibili per il proprio “genere” di appartenenza, bollando severamente chi si discosta da tale imposizione, ancor di più se si tratta di individui di sesso maschile. Eppure nell’antichità l’omosessualità era una fase importante nella vita di un uomo, quindi era naturale praticarla, nonostante poi si dovesse lasciare spazio all’eterosessualità.

Come per i movimenti femministi, quelli omosessuali hanno interessato perlopiù gli Stati Uniti d’America e poi altri Paesi, soprattutto dell’Europa occidentale. In generale, il Sessantotto ha riguardato tutti quei Paesi in cui nonostante le difficoltà da parte della società era comunque possibile smuovere la situazione. Infatti, al giorno d’oggi molti Paesi del Sud del Mondo non hanno ancora la possibilità di ottenere il riconoscimento dei diritti LGBT+. In Africa, ad esempio, ci sono Stati dove non si può parlare di omosessualità e in altri ancora in cui è punibile con l’ergastolo o la pena di morte. Ma non occorre spostarsi tanto in là per notare i problemi culturali ancora alla base della nostra società.

In Italia si è riusciti ad ottenere la legalizzazione del matrimonio civile per le coppie omosessuali che lo desiderano e la possibilità di cambiare sesso per gli FTM e le MTF, nonostante le difficoltà burocratiche ancora presenti. Sull’adozione siamo ancora indietro, perché non è concessa, se non quella relativa al figlio naturale del rispettivo coniuge (stepchild adoption). L’opinione pubblica si è molto spaccata al riguardo. Tra quelli che la vietano fermamente vi sono coloro che si appellano al fatto che l’avere due genitori dello stesso sesso comporta una certa influenza negativa nella crescita del bambino, il quale sentirebbe la mancanza di uno dei due sessi. Il ragionamento non sta in piedi: ci sono anche tante coppie eterosessuali separate o divorziate o coppie in cui i genitori sono assenti o peggio ancora picchiano i figli. Questi ultimi risentirebbero molto di più della mancanza di un genitore che voglia loro bene, che non di una figura mancante. Sul fatto che una coppia omosessuale possa influenzare l’orientamento del figlio, bisogna dire prima di tutto che non ci sarebbe niente di male, ma soprattutto che è un’affermazione del tutto falsa: allora come si spiegano gli omosessuali figli di coppie eterosessuali? Secondo tale logica dovrebbero essere anche loro eterosessuali. Un bambino vuole solo ricevere affetto dai propri genitori: biologici o adottivi, eterosessuali o omosessuali non ha importanza. Anziché complicare l’esistenza alle coppie omosessuali che devono per forza ricorrere alla gravidanza in “affitto” (soprattutto per le coppie maschili), perché non permettere l’adozione? Un bambino non vorrebbe crescere in un orfanotrofio. L’unico “rischio” in cui potrebbe incorrere se viene allevato da una coppia omosessuale è quello di avere una mentalità più aperta e di non essere un omofobo. Ma la società sembra non voler rischiare..

 

Foto interne all’articolo tratte dalla pagina Facebook del Gender Bender Festival, evento internazionale della città di Bologna incentrato sulla rappresentazione del corpo, delle identità di genere e dell’orientamento sessuale, attraverso letteratura, arte, musica, cinema, teatro e danza.

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