A Natale non siamo tutti più buoni. La fine dell’anno 2018 vede una impennata di femminicidi.

Ad Alghero Marcello Tilloca ha ucciso Michela Fiore; a Davoli Superiore (Catanzaro) Giuseppe Gualtieri ha ucciso prima Francesca Petrolini, poi Rocco Bava; a Scalea, in provincia di Cosenza, è stato fermato dai carabinieri il convivente della donna dominicana di 36 anni morta dopo essere precipitata dal quarto piano di un palazzo. Per l’uomo, anche lui dominicano di 26 anni, l’accusa è di omicidio;  sempre in provincia di Cosenza, a Rende, solo l’arrivo della figlia di 9 anni ha invece evitato che il padre 63enne strangolasse la madre della bambina.

E’ una vera e propria strage e i dati sono sconcertanti, soprattutto tenuto conto che in numerosi casi vi erano state denunce alle forze dell’ordine di atti di violenza e minacce da parte di quelle che poi sono diventate vittime.

Il garantismo che è valore civile di democrazia e di legalità viene però lacerato e messo in discussione ogni volta che chi ha denunziato alle forze dell’ordine e alla magistratura non viene difeso e viene ucciso. Certo, è difficile coniugare il diritto alla sicurezza della donna con il diritto a non essere ingiustamente accusati, e la questione è piuttosto delicata.

Se a ciò aggiungiamo che alle vittime di femminicidio la finanziaria stava togliendo del tutto i fondi e che solo in extremis ne ha assegnati ma in misura modesta e ridotta (5 milioni di euro anziché i 12 ipotizzati) ne viene fuori un quadro da vera emergenza nazionale che impongono mobilitazione di tutti, donne e soprattutto uomini. Mobilitazione sociale, civile, culturale, politica e giuridica.

Ma non si può ignorare che la questione femminicidio va affrontata anche dal punto di vista culturale, spesso anche dalle donne. Non è raro sentire le madri o le sorelle di responsabili di reati di tale genere, difendere ad oltranza il loro parente.

Ma ci sono anche delle esperienze positive in tal senso: nella Casa Circondariale di Vercelli, nel periodo compreso fra il 2009 e il 2015 la Società Italiana di Sessuologia Clinica e Psicopatologia Sessuale, assieme agli operatori della struttura hanno realizzato dei percorsi finalizzati al riconoscimento del reato compiuto, su 34 detenuti.  Come si sa, nella maggioranza dei casi, gli uomini coinvolti in tali reati, negano il reato, accusando la donna di essersi comportata male o di averli provocati. Un dato che emerge è l’età media dei detenuti, compresa fra i 42 e i 53 anni.

A questo link è possibile leggere i risultati della ricerca.

Una questione invece sulla quale in Italia esiste ancora una forte rimozione è la questione della violenza nei confronti dei disabili, argomento spesso trattato da Adriana Belotti, psicologa disabile.

Claudio Casazza è invece un regista che nel 2016 ha girato “Un altro me”, realizzato nel carcere di Bollate, nel braccio nel quale sono reclusi i sex offender. Qui un articolo del Manifesto che parla del documentario

segnaliamo infine il sito: In Quanto Donna di Emanuela Valente che riporta tutti i dati del 2018 e degli anni precedenti.

http://www.inquantodonna.it/argomenti/femminicidi/

Francesco Castracane

 

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