I genitori di Giulio Regeni ripetono spesso che non vogliono “memoria” per il loro figlio brillante e innocente sequestrato, torturato e ucciso al Cairo tre anni fa. Vogliono verità, quella “vera”, tutta intera senza sconti nè omissioni, per quanto sconveniente possa essere. E la giustizia, terrena per iniziare, seppure imperfetta.

E’ presto per la memoria. La memoria ha il suo tempo e il suo spazio nella pace, quando il male si è compiuto e ha cessato i suoi effetti. La memoria ha il compito di un monito perchè ciò che è stato non si ripeta.

Fin tanto che il male si compie non è tempo di memoria, ma di giustizia. E ancora prima, di verità, di chiamare le cose e le persone col loro nome. Pubblicamente.

I genitori di Giulio lo sanno: essere privati anche della verità è una (ulteriore) sofferenza, fa anch’essa parte della “tortura” inflitta a chi resta e costituisce, anch’essa, una violazione dei diritti umani. Così come assistere impotenti all’impunità dei colpevoli o dei complici.

Finchè questo male si compie, finchè la faticosa ricomposizione della verità è in essere non è ancora il tempo per la memoria.

Vale lo stesso per le vittime di torture in Libia o dei naufragi in mare. Ora, ancora ora, e anzi, ora persino peggio, si compiono questi delitti, queste stragi, frutto di scelte politiche scellerate e criminali, di pessime prassi, di impunità diffusa, omertà, ignoranza, vigliaccheria di comodo.

E i pochi che ancora obbediscono caparbiamente al dovere inderogabile di solidarietà imposto dalla nostra Costituzione, lo fanno nella consapevolezza che verranno criminalizzati, esposti a gogna mediatica, offerti come vittime sacrificali agli odiatori da tastiera e a volte pure sottoposti a giudizi penali.

Chi si dedica, spesso anima e corpo, all’osservazione partecipante e alla denuncia di queste atrocità, chi tenta di evitarne il perpetuarsi o le nefaste conseguenze, lo fa nella segreta speranza che i figli o i nipoti possano in un futuro, auspicabilmente prossimo, chiedere conto, con sbigoittito rinmprovero, del compimento impunito di tali abomini.

Nel tempo del male, nel tempo in cui grazie al nostro silenzio, alla nostra pigrizia, all’arroganza del potere, all’ottusa dilagante cattiveria, ai nostri voti distratti, al nostro odio delirante e mal riposto, migliaia di creature vengono vendute, torturate, imprigionate e uccise o lasciate morire in mare, in virtù di accordi con dittatori che non vorremmo neppure dover studiare nei libri di storia, possiamo esercitare la memoria e trovare in essa conforto e ispirizione, ricordandoci dei tempi sani della ribellione nei quali abbiamo saputo riconoscere che, come direbbe Brecht, “quello che succede ogni giorno non è naturale … in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile”

Quando finalmente questa continua strage di innocenti avrà fine, quando avremo saputo nuovamente ribellarci alla barbarie, opporre con forza il nostro dissenso, gridare il nostro “non in mio nome”, allora potremo, con consapevole vergogna, ricordarci di oggi.

Ma ora è il tempo delle denunce, dei salvataggi, della solidarietà agita e condivisa. E’ tempo delle manifestazioni. Mentre scrivo sta per radunarsi una folla antirazzista a Milano: speriamo sia così numerosa da permetterci di ricordare prima che sia necessaria altra memoria.

Uno dei mie assistiti, scappato da minorenne da uno dei tanti paesi africani martoriati da guerre civili che le commissioni ritengono non sufficientemente cruente e notorie per essere riconosciute tali, qualche giorno fa raccontava che, quando i vari trafficanti incontrati nella sua fuga disperata gli chiedevano dove volesse andare, lui rispondeva semplicemente “avanti”, consapevole che, come direbbe Erri de Luca, non c’era più un indietro verso cui voltarsi.

Ecco, avanti dovrebbe essere anche la nostra direzione. Avanti e in fretta. perchè restare infangati ed inermi nelle nefandezze che stiamo vedendo compiersi in questo tempo e che richiamano alla memoria un vergognoso passato, sarebbe imperdonabile.

Alessandra Ballerini

(grazie a la Repubblica di Genova del 3/3/19 e a Mauro Biani )

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