Seminario svoltosi durante la XXIV Giornata della Memoria e dell’Impegno in memoria di tutte le vittime innocenti delle mafie

“Siamo noi, siamo noi, l’Italia quella bella siamo noi!” Cantano i 50 mila giovani che da tutto lo stivale hanno raggiunto Padova per celebrare quella che da ben ventiquattro anni è la giornata nazionale per la Memoria e l’Impegno che ricorda tute le vittime innocenti della mafia.
Dopo il corteo che ha attraversato le strade della città, e il discorso conclusivo di Don Luigi Ciotti, i luoghi storici ed istituzionali della città hanno aperto le porte per dar vita a seminari e discussioni su diversi temi; presso l’ Aula Nievo del Palazzo Bo – Polo di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Padova, si è tenuto l’incontro sull’importanza dello sport nel percorso di inclusione sociale in Italia.

L’introduzione del seminario è affidata a Lucilla Andreucci, referente di Libera Milano, ma anche una delle prime donne ad essere arruolata in un gruppo sportivo militare entrando a far parte del Gruppo sportivo del Corpo Forestale dello Stato come maratoneta e mezzofondista.

Sport e memoria sono le parole chiave che accompagnano l’impegno di chi si dedica all’inclusione sociale tramite lo sport, anche trasmettendo l’importanza che la lotta alla mafia rappresenta per i giovani di oggi. All’attenzione vengono portati eventi, iniziative e progetti che attraverso lo sport fanno vivere i nomi di coloro che innocentemente hanno perso la vita per colpa della mafia. Dodò Gabrieli era uno di questi, uno delle 1011 vittime innocenti di mafia, un bambino che giocando a calcio è stato colpito durante uno scontro a fuoco, e che è stato ricordato durante un evento a Libera Milano ha collaborato all’interno del progetto Sport In The Block.
Rieducare un paese attraverso lo sport è la sfida lanciata ai relatori del seminario.

“Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, ma insegna loro la nostalgia per il mare” scrisse Antoine de Saint-Exupéry ed è da questa frase che vuole partire Mauro Berruto, allenatore della Nazionale di Pallavolo bronzo alle Olimpiadi di Londra 2012, e attuale direttore tecnico della Nazionale Italiana di tiro con l’arco.
Un intervento dedicato all’importanza del ruolo dell’allenatore-educatore non concentrato sul motivare i propri atleti, bensì piuttosto sull’elevarli, inteso come la capacità di trovare le potenzialità degli atleti e farle emergere: allenare significa trasformare un gruppo di persone in una squadra!
Allenatore di pallavolo dal 1994, coach Berruto ha sottolineato la potenza aggregativa di un pallone, dimostrando come lo sport sia un linguaggio universale incomparabile, addirittura più forte dei fondamentalismi religiosi.

Della funzione inclusiva dello sport ne sa bene Gian Marco Duina, vicepresidente dell’ ASD Onlus Altropallone, con sede a Milano.
I progetti di Altropallone fanno leva sulla funzione aggregativa dello sport per coinvolgere i giovani con meno possibilità sul territorio di una grande metropoli europea: migranti, disabili, giovani delle periferie e altri ancora.
Il calcio per i migranti, ad esempio, diventa uno strumento fondamentale nel percorso di inclusione in una realtà nuova, presentandosi spontaneamente come il primo strumento di contatto con il paese ospitante.
Nei centri di accoglienza milanesi, dove giovani da tutto il mondo passano gran parte delle loro giornate, il gioco del calcio diventa uno strumento spontaneo con il quale conoscersi, sfogarsi, divertirsi e aggregarsi; il lavoro degli operatori dunque è semplicemente di coordinazione delle attività e di consolidamento dei gruppi, non di indirizzamento all’attività sportiva.”
“Ed è così” continua Duina “che grazie allo sport i giovani migranti entrano in contatto con i primi aspetti culturali del Paese ospitante: la puntualità, la lingua, le regole, ma anche il rispetto per l’avversario, per i compagni di squadra e per se stessi.”

A testimoniare questi aspetti interviene Lamine Ceesay, ventiduenne gambiano in Italia da diversi anni e calciatore della Polisportiva Sanprecario, squadra di calcio popolare padovana.
Lamin racconta la sua esperienza, il suo viaggio partito dal suo piccolo paese e arrivato in Italia su un barcone dopo oltre un anno attraverso Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger e Libia; racconta il suo primo contatto con lo sport, e la felicità di poter condividere con i suoi nuovi compaesani la passione condivisa per lo sport ed il calcio.

Arrivato in Italia, sempre dall’Africa ma con diverse modalità, è Yemaneberhan Crippa, nato nella provincia di Wollo, in Etiopia, e arrivato in Italia all’età di cinque anni adottato da una famiglia milanese.
Italiano a tutti gli effetti e cittadino italiano grazie all’adozione ottenuta, il giovane ragazzo classe 1996 si distingue subito per le sue doti atletiche e inizia a correre per la società Valsugana Trentino per poi passare nel 2014 alle Fiamme Oro e conquistare nel 2018 la medaglia di bronzo agli europei di Berlino sui 10000m piani.
Davanti al microfono è di poche parole, ma sono ben decise: “Sono cresciuto qui, ho studiato qui e mi sento a tutti gli effetti italiano, ciononostante mantengo le mie origini africane dalle quali ho imparato a non lamentarmi di ciò che ho”.

 

Inclusione per i disabili è invece la missione del baskin, sport di squadre che unisce disabili e normodotati nelle stesse squadre, mista e senza distinzioni di età.
Non è uno sport per disabili, è uno sport, punto e basta” precisa Massimo Caiolo che spiega come nel baskin le regole siano modificate a misura dei partecipanti, per cui ogni giocatore è incluso al cento per cento, e nessuno può segnare più di tre canestri per tempo.

L’invito conclusivo, affidato a Andrea Schiavon, scrittore e giornalista sportivo padovano, è quello, rivolto ai giovani, di riappropriarsi dello sport e dei suoi valori originali, allontanandosi anche dalle prospettive malsane presentate troppo spesso dallo sport moderno che tende a tralasciare il vero messaggio dello sport, che è intrinseco nell’inclusione sociale e nell’aggregazione collettiva.

Francesco Castracane

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