Cultura Diritti Consumi Editoriali |

Referendum: oltre alle trivelle c'è di più

Stefania Magnisi
Energia Felice

Perchè gli elettori hanno votato e perchè il governo dovrebbe ascoltarli comunque.

 

Il 17 aprile c’è stato il referendum  sulle trivelle, un referendum che chiamava gli italiani ad esprimere la propria opinione in merito alla concessione di poter estrarre petrolio e gas nei mari italiani entro le 12 miglia dalle coste, finchè morte non ci separi. Ecco, questo referendum era esattamente volto ad abrogare la parte della norma che regola la concessione di estrazione proprio nella questione della sua durata, ovvero era mirato ad abrogare la frase “per la durata utile del giacimento”. La legge di stabilità del 2016 infatti parla di “vita utile” del giacimento, ossia di un indefinito allungamento della concessione. Se avesse vinto il Sì quindi, le piattaforme oggi attive, avrebbero continuato a lavorare fino alla normale durata della concessione e non fino all’esaurimento della risorsa. Ovviamente il testo di un referendum abrogativo porta sempre confusione, chi vota sì dice no (alle trivelle) e vice versa. Si aggiunge un’ulteriore difficoltà, questa volta di tipo informativo. Negli ultimi due mesi infatti è stato assai più facile reperire informazioni in merito sui social che tramite i media nazionali, e il partito che guida il governo ha invitato i cittadini ad andare al mare (!) o comunque a non esercitare un diritto proprio della democrazia.

Domenica 17, per la gioia di alcuni esponenti politici e pure con responsabilità di governo, solo il 31% degli italiani si è recato ai seggi, fallendo l’obiettivo quorum, che avrebbe permesso al referendum di considerarsi valido. In realtà in questa occasione la cittadinanza era chiamata ad esprimere un’opinione dai promotori del referendum che rimandava a questioni di fondo più ampie quali, la politica energetica, il rispetto degli impegni presi durante la conferenza sul clima di Parigi, la volontà di puntare su altre risorse per lo sviluppo del paese come il turismo (che oggi conta da solo il 10% del PIL), l’agroalimentare, la cultura e la sostenibilità. Sul bilancio del nostro fabbisogno energetico infatti, l’estrazione di idrocarburi dai nostri mari, incide davvero poco.

Il tema triste del risultato del referendum in questo caso è che come al solito, ha fatto parlare più di politica (brutta) che di ambiente. Un altro fattore curioso, e che dovrebbe far riflettere sulla situazione dell’elettorato italiano, è che il 16% degli elettori che ha votato per questo referendum è rappresentato da chi non vota più per principio, ed un terzo da chi si dice indeciso su chi votare.

Quello degli ambientalisti, di coloro che credono in una politica energetica ed economica diversa, è un movimento che la politica non si può più permettere di ignorare.  Mario Agostinelli, noto esperto sul tema infatti dichiara in un recente articolo: “va tenuto aperto il dibattito pubblico sul tema del modello di sviluppo che l’Italia vuole perseguire alla luce degli accordi sulla riduzione dei gas climalteranti, mettendo in luce al contempo l’incompatibilità della compromissione della politica con gli interessi economici delle multinazionali del petrolio e i poteri forti.  Altro che ridurre tutto alle dinamiche interne al PD!  Sono assai ridotti i sostenitori di un’economia fossile in grado di presentarsi ai cittadini con trend economici positivi e capacità di rispondere alle esigenze di abbattimento dei costi ambientali. Perciò i15 milioni di cittadini alle urne dimostrano quanto sia necessario creare continuità tra linguaggi delle piazze e strumenti di partecipazione di massa.

La speranza a questo punto è che il governo faccia tesoro di quanto è emerso da questi silenziosi dati, silenziosi poiché provenienti in parte da chi si è abituato negli ultimi anni a stare in silenzio, non sentendosi rappresentato da nessun partito.

E’ necessario puntare ad una democrazia sempre più partecipativa, che metta da parte le scaramucce interne e che torni a mettere al centro i cittadini, che ascolti le piazze. Il processo non è di certo breve, ma spero che questo referendum non siano stati solo “300 milioni di euro spesi inutilmente”,  ma che possa essere parte di un processo che dia voce ai cittadini, di nuovo.

 

Stefania Magnisi

fonte immagini e citazione articolo Mario Agostinelli: 

REFERENDUM NO TRIV: NON È CHE L’INIZIO!
dal sito: Energia Felice


in Consumi, 29/04/2016