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Giochiamo al Disastro Sociale?

Stefania Magnisi
Redazione

2^ edizione Stati Generali sul contrasto al gioco d’azzardo (21 novembre 2016, Milano)

 

In base ai risultati di una recente ricerca del CNR, in Italia sono oltre 17.000.000 le persone che solo nel 2015 hanno praticato il gioco d’azzardo, avvalendosi dei più diversificati strumenti ludici presenti sul mercato (new slot, videolottery, lotteria ecc.) e generando un’entrata per l’industria dell’azzardo che pesa sul PIL nazionale ben 83.000.000.000 di euro.

Questo è lo scenario italiano odierno presentato dalla Campagna Mettiamoci in gioco, in collaborazione con ANCI Lombardia e CNCA, in occasione della 2^ edizione degli Stati Generali sul contrasto al gioco d’azzardo svoltasi il 21 novembre presso la Sala Affreschi del Palazzo della Città metropolitana di Milano.

In sede di discussione si è parlato della recente costituzione della Città metropolitana come di una gigantesca opportunità per fare della neonata istituzione un motore di cambiamento, individuando nella semplificazione dell’azione gestionale e nella realizzazione di una stretta rete strategica tra le amministrazioni una delle finalità principe della trasformazione istituzionale. Ma se si parla di innovazione e mutamento non si può dimenticare che a farla da padrone è solitamente il tavolo del terzo settore, presentandosi come principale attore di processi di cambiamento effettivo con obiettivi di trasformazione e semplificazione delle strategie di intervento socio-culturale.

Area di intervento considerata? “Settore ludopatia”. Azioni intraprese? Fondamentale riconoscimento da parte dei LEA dell’ ”azzardopatia” come “dipendenza comportamentale” e conseguente inserimento di quest’ultima nell’edizione del 2013 del DSM V.

Partendo da premesse audaci come quella appena enunciata, risulta abbastanza agevole comprendere come il trend del dibattito abbia ruotato attorno a radicali concetti di processo e innovazione che per natura prevedono percorsi lunghi e strutturalmente complessi, ma che non vanno confusi con idee di mero populismo proibizionista, tanto inutili da un punto di vista del conseguimento dei risultati, quanto prevedibili e tradizionalmente appartenenti alla fitta legione del qualunquismo ormai sempre più presente nel panorama politico italiano. La vera rivoluzione pertanto starebbe nell’ideale definizione con successiva materiale realizzazione di un grande progetto culturale di cambiamento che verta e incida sui veri fattori rilevanti nella quotidianità odierna: stili di vita, società, rapporti umani, lavoro e generale concezione di soddisfazione occupazionale e personale.

In un’era caratterizzata da complessità e radicali mutamenti come quella che la nostra generazione si trova ad affrontare, l’acquisto di un(?) gratta e vinci potrebbe sembrare lo strumento più rapido ed agevole per tentare un repentino cambio di vita. Ma la verità è che le reali probabilità di vincita equivalgono ad una percentuale così scarsa (1 su 6.000.000) da poter essere paragonata al tracciato di un percorso che attraversi tutta la penisola da sud a nord, ne varchi i confini e si interrompa una volta raggiunta la terra teutonica. Immaginiamo infatti di disegnare una linea retta fatta di biglietti pseudo-vincenti che colleghi il paese di Cellino San Marco in Puglia alla cittadina di Lipsia in Germania. Ecco, all’interno di quella linea esisterebbe quell’unico biglietto vincente su 6.000.000. Perciò, se un fittizio senso di protezione può tutelare un giocatore che operi alla presenza di un “pubblico non giocante”, perché non immaginare una regolamentazione legislativa nazionale che tuteli realmente (questa volta) la salute dei cittadini italiani? I tentativi di disciplinamento della materia hanno origini molto antiche. La storia ha sempre oscillato fra concessioni e divieti, ottenendo scarsi risultati dal mero proibizionismo e puntando quindi principalmente a una limitazione dei notevoli danni sociali ed economici prodotti dalla mania dell’azzardo. Recentemente, a seguito di una puntuale mappatura fatta dagli appartenenti al terzo settore lombardo circa i luoghi e le personalità maggiormente attratte da una tale dipendenza, il dato forse più allarmante riscontrato è che la diffusione della ludopatia trova terreno fertile soprattutto fra i giovanissimi (14 anni), con un’alta percentuale di intervistati per cui lo stato emotivo della solitudine rappresenta il motivo principe per un precoce avvicinamento al gioco.

Ma come salvare allora la generazione dell’azzardo?

Sicuramente una delle basi cardinali su cui poggiare le fondamenta per un reale cambiamento socio-culturale è una regolamentazione legislativa nazionale che faccia da motore di innovazione per comuni e regioni. Una legislazione che non solo vieti la pubblicità e l’attività del gioco d’azzardo in determinate fasce orarie giornaliere, ma che, da un lato preveda una formazione specifica per gli esercenti dei macchinari ludici, e dall’altro individui gli spazi adibiti al gioco il più lontano possibile dai cosiddetti luoghi sensibili.

Ma se nel 2013 la Corte Costituzionale ha sancito la concretezza e l’attualità del pericolo del gioco d’azzardo per la salute del popolo italiano, cosa deciderà la Corte dei Conti a seguito del ricorso presentato dall’Associazione dei Tabaccai di Bergamo, di fronte ad un presunto danno erariale causato dalla proibizione del gioco in determinate fasce orarie e incidente su di un’industria produttrice di ben 83.000.000.000 di introiti?

Forse, la vera innovazione non è nella proibizione. Forse, il processo effettivo e decisivo per una reale trasformazione non è, o meglio, non è soltanto nel cambiamento. Forse, la vera rivoluzione sta in un’attività radicata di conversione e ripensamento di una delle industrie attualmente più redditizie dell’intero paese.

 

Stefania Magnisi


in Consumi, 28/11/2016