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Lo Sport Italiano: una linea mista

Stefania Magnisi
Redazione

Sport Leaders Forum, 29/30 novembre 2016, Unicredit Tower, Milano

 

-Se io vado allo stadio a vedere una partita del mio amato Vicenza è tutto uguale a quando andavo da bambino con mio padre, e questo è sicuramente un campanello d’allarme!- Così afferma il Vice Presidente VP Inter Francesco Norante in occasione dell’apertura dello Sport Leaders Forum tenutosi a Milano, presso la Tower Hall dell’Unicredit nelle giornate del 29 e 30 novembre, organizzato da Sponsornet. Un incontro, quello svoltosi negli ultimi giorni del mese, volto all’auspicabile connubio tra sport e business. Un’occasione di aggiornamento annuale delle esperienze manageriali ed imprenditoriali generata dalla  partecipazione di speaker di alto profilo nazionali e non, CEO, imprenditori, innovatori, pensatori e sportivi.

Innovazione, management, governance, business: questi gli argomenti principe dell’acceso dibattito economico-culturale tenutosi tra i maggiori attori dei diversi segmenti dell’industria sportiva nazionale ed internazionale, che, se da un lato mostrano un invidiabile background di conoscenze specifiche e professionali,  dall’altro possono realmente essere considerati i veri possessori delle keywords della sports innovation?

In Italia si fa un gran parlare del modello sportivo estero. In realtà bisognerebbe conoscerlo questo modello per pensare di poterlo adottare, (o forse adattare) ad una realtà peculiare come la nostra. C’è chi scommette che tra dieci anni le squadre di calcio italiane della massima Serie giocheranno le loro partite in stadi di ultima generazione. Il modello pilota sarebbe con tutta probabilità quello inglese. Un modello legato all’impiantistica sportiva e in particolare agli stadi, che nasce da un percorso culturale e legislativo lungo ed importante che ha generato impianti ibridi, caratterizzati da pubs, musei, supporter shops, sedi di ritrovo per tifosi, ristori, spazi vip riservati, sale stampa, centri commerciali ecc. Un complesso di strutture polivalenti progettate e finanziate da importanti investimenti di risorse economiche e da imprenditori esteri, sempre più presenti sul territorio britannico, che guardano al proprio pubblico più come consumatori che come tifosi. A seguito della recente crisi economica, che ha messo in luce tutte le debolezze del sistema calcistico e sportivo nazionale, lo sport italiano ha iniziato gradualmente a cambiare rotta. Attualmente, nel panorama calcistico nazionale, alcuni club hanno già a disposizione uno stadio all’altezza delle esigenze moderne: Juventus, Sassuolo, Udinese e Cesena. Ad oggi la costruzione di uno stadio di proprietà sembra, per molte società, una delle principali strade percorribili per garantire la sopravvivenza di un club di Serie A. Lo stadio è (o dovrebbe essere) innanzitutto patrimonio della società e della città che lo ospita, occorrerebbe dunque tenere in considerazione la storia e la situazione socio culturale italiana prendendo spunti positivi da ciò che gli altri paesi offrono. Forse, bisognerebbe pensare più ad una sorta di “linea mista” che adatti il modello guida alle esigenze culturali ed economiche della nostra terra. Vogliamo importare il modello internazionale? Iniziamo dalla struttura degli impianti. In Italia attualmente quasi nessuno stadio è senza barriere, la maggior parte sono scoperti, muniti di pista di atletica e di proprietà dei comuni. Gli stadi inglesi invece sono tutti senza barriere, coperti, senza pista e di proprietà delle società sportive. Nei loro impianti è possibile godersi una partita senza avere a che fare con recinzioni, fossati e gabbie. Ed in più, in totale sicurezza. Vogliamo stadi di ultima generazione? Cominciamo con l’abbattere le fredde cattedrali, orrore ed eredità di Italia ’90, e ricordiamoci di riportare il tifoso vicino al rettangolo verde da gioco. In Inghilterra, l’agevolazione e l’incentivo nel recarsi allo stadio giocano un ruolo fondamentale nello stretto legame che unisce club e comunità. Ogni sportivo infatti può comodamente recarsi allo stadio anche all’ultimo momento, non esiste il servizio Pay Tv all’italiana, non esistono biglietti nominativi ed è impensabile immaginare una campagna di schedatura di massa come la “Tessera del tifoso”, assurda restrizione che non garantisce neanche una reale sicurezza all’interno degli impianti.

 

I modelli di governance delle società ed istituzioni sportive inglesi sono sostenibili, fondati sul coinvolgimento e la partecipazione dei supporters nei processi decisionali e nelle proprietà delle società. Un tale approccio manageriale si fa agevolmente promotore di valori chiave come la cittadinanza attiva, la partecipazione democratica, di volontariato e di ampio valore sociale, con benefici immediati e tangibili quali un incremento del senso di comunità, aumento del senso di responsabilità e diminuzione dei comportamenti a rischio  reato di alcuni gruppi di tifosi. Le società sportive anglosassoni (o estere in generale) si avvalgono di impianti polifunzionali, aperti ai bisogni della città e vissuti dalle comunità di riferimento, adottano una strategia che mette al centro i tifosi più che gli azionisti e che pertanto garantisce lo sfruttamento, la condivisione e la valorizzazione degli spazi delle strutture da parte dell’intera società civile.

La verità è che ancora oggi in Italia siamo abituati ad incasellare lo sport in corsi e agende, all’interno di spazi posti sempre sotto giudizio e regolati da stress di iscrizioni e pagamenti. Ciò che forse nel nostro paese dovrebbe riemergere per promuovere un reale processo culturale di cambiamento è la spontaneità data dal contatto con la natura e dalla possibilità di praticare lo sport in libertà. È all’interno della spontaneità che risiede la creatività. I percorsi preformati (a cui oggi siamo abituati) uccidono la creatività e ci rendono inermi dinnanzi agli imprevisti. Dal confronto con la natura e la semplicità l’uomo può apprendere  il senso di umiltà e attraverso lo sport ha la possibilità di frequentare una scuola sui generis, una delle poche dove in un’epoca tanto complessa può imparare ad affrontare e valorizzare percorsi formativi dai risultati tanto incerti quanto istruttivi. Un investimento per un percorso educativo, formativo e benefico.

Stefania Magnisi


in Consumi, 06/12/2016