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Dietro i fatti di Lavagna

Francesco Castracane
redazione_Roma

Ragazzi suicidi e conferenze nazionali

 

Ho voluto far passare qualche giorno dal triste evento avvenuto a Lavagna, dove un giovane, che alcuni quotidiani definiscono quindicenne e altri sedicenne, si è gettato dal balcone della propria abitazione durante una perquisizione che stava venendo effettuata dalla Guardia di Finanza. Era stato trovato in possesso di circa 10 grammi di hashish.

Questo episodio ha dato la stura al solito delirante dibattito fra proibizionisti ed antiproibizionisti, dove ciascuno ha difeso la propria posizione, dimenticando l’umana pietà per una così tragica morte.

Gli studi sul suicidio riconoscono le difficoltà nella prevenzione dell’atto e che di solito tale gesto ha necessità di un episodio eclatante, che in genere rappresenta la tappa finale di un disagio preesistente che non è stato affrontato in maniera adeguata. Quindi, sostenere che il suicidio del ragazzo sia avvenuto a causa della perquisizione e delle politiche proibizioniste, è posizione di chi non si approccia alla questione in maniera scientifica e che si esprime senza conoscere il contesto.

Inoltre, ma pochi lo sanno, il comma 3 dell’articolo 103 del D.P.R. 309/90, così recita: “Gli ufficiali di polizia giudiziaria, quando ricorrono motivi di particolare necessità ed urgenza  che non consentano di  richiedere l’autorizzazione telefonica del magistrato competente, possono altresì procedere a perquisizioni dandone notizia, senza ritardo e comunque entro quarantotto ore, al procuratore della Repubblica il quale, se ne ricorrono i presupposti, le convalida entro le successive quarantotto ore”. Ciò significa, che le forze dell’ordine, in caso sospettino che presso l’abitazione di una persona ci siano delle sostanze, può effettuare perquisizioni senza mandato. Ed è esattamente ciò che le unità della Guardia di Finanza stavano facendo. Non esisteva, quindi, alcuna violazione delle norme, poiché per i minorenni è prevista la presenza di coloro che esercitano la podestà genitoriale.

Per chi lavora nell’ambito delle dipendenze, che possono anche essere senza sostanze (vedi ad esempio il gioco d’azzardo) la distinzione fra proibizionisti e antiproibizionisti, è una falsa contrapposizione.  Chi  si occupa dell’intervento sui consumatori, si pone il problema degli interventi più adeguati per aiutare chi vive il proprio consumo come problematico. Ciò significa che ci si occupa anche dei consumatori che non vivono come problematico il proprio rapporto con la sostanza. Spesso è visto come preoccupante dai familiari, dagli amici o dai partner ma non dal consumatore.

All’interno di questa logica, le cure più adeguate possono essere considerate, alternativamente,  vicino alle posizioni proibizioniste oppure a quelle antiproibizioniste. Di solito, sono invece legate alle evidenze scientifiche e non alle posizioni ideologiche.

Una cosa insegna questo episodio: che quasi sempre le famiglie vengono abbandonate a se stesse. Spesso non sanno a chi rivolgersi e vivono con angoscia le difficoltà conseguenti al fatto di avere un congiunto che fa uso di sostanze. Alle volte esiste un vissuto di muta accusa nei confronti delle famiglie, che pensano che la presenza di un consumatore sia la dimostrazione delle loro incapacità educative. Deve fare riflettere profondamente il fatto che la madre sia arrivata a chiedere alla Guardia di Finanza di intervenire nei confronti del figlio. Cosa non è funzionato prima? Il contesto sociale, ormai disgregato, non è più in grado di assumersi collettivamente la cura di coloro che sono in difficoltà. Sempre più atomizzati e preda delle solitudini, non si sanno più affrontare le questioni se non spostandole al di fuori di se stessi.

Questo ha conseguenze anche sulle politiche nazionali riguardo alle droghe. Il dibattito a tal riguardo è paralizzato dallo stucchevole dibattito fra proibizionisti e antiproibizionisti, non permettendo una discussione serena.

Sempre il D.P.R. 309/90 prevede all’articolo 1 comma 15 che “Ogni tre anni, il Presidente del Consiglio dei Ministri, nella sua qualita' di Presidente del Comitato nazionale di coordinamento per l'azione antidroga, convoca una conferenza nazionale sui problemi connessi con la diffusione delle sostanze stupefacenti e psicotrope alla quale invita soggetti pubblici e privati che esplicano la loro attivita' nel campo della prevenzione e della cura della tossicodipendenza. Le conclusioni di tali conferenze sono comunicate al Parlamento anche al fine di individuare eventuali correzioni alla legislazione antidroga dettate dall'esperienza applicativa.”

L’ultima conferenza nazionale è avvenuta a Trieste nel 2009. Da allora non è stata più convocata. E’ possibile che un paese e una società non abbiano più bisogno di confrontarsi su una questione che riguarda il futuro di tutte e tutti? E’ più facile fare dichiarazioni e schierarsi su posizioni contrapposte, che chiedere al governo di organizzare una nuova conferenza, che possa attivare una riflessione complessiva. Ma probabilmente questa è una conseguenza dell’incapacità che le società occidentali postmoderne hanno di pensare in termini complessivi e ridurre tutto a problema individuale.

Francesco Castracane

la slide di copertina è tratta dall'artcolo "12 suggerimenti alternativi per superare la dipendenza da alcol e droghe con la terapia cognitivo comportamentale CBT" sul blog "Antonio Fresco, Psicologo a Milano" che ringraziamo

 


in Consumi, 28/02/2017