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Lascia stare i Santi!

Francesco Castracane
Redazione Roma

dal Documentario di Gianfranco Pannone 

 

Uscito nelle sale il 30 Gennaio 2017, questo interessante documentario, realizzato  guardando ore e ore di materiale di repertorio dell’Istituto Luce, è un viaggio laico nella religiosità popolare.  Il film, la cui colonna sonora è curata da Ambrogio Sparagna, uno dei più grandi studiosi della musica popolare italiana e provetto organettista, apre una finestra su quella che viene chiamata la pietà popolare. Il lavoro si apre con le immagini di una processione a Scanno nel 1930, e poi con un brano della vita di S. Giovanni da Cupertino (il santo bifolco) raccontatoci dall’Ignazio Silone di “Fontamara”. Poi, in un colore stupendo e vintage le immagini mostrano un pastore abruzzese,  con la faccia modellata dal vento e le rughe scavate dal sole, che nei momenti lasciati vuoti dal pascolo, intaglia il legno. Sono tutte immagini di Madonne e di Santi. Ma con orgoglio, il pastore elenca tutti i libri che ha letto. Poi vediamo una processione che attraversa l’Italia e passa per una Terni non ancora distrutta dai bombardamenti. E’ un mondo pieno di gente, di animali, di feste e di processioni. La cosa che colpisce è l’approccio gioioso alla fede e il rapporto che le comunità locali costruiscono con i propri santi. Alcuni di questi, forse non esistono neanche per davvero, persone imperfette, vicine e che hanno spesso avuto una vita difficile e incompresa. Una vita nella quale riconoscersi. Moltissimi anni fa, durante un vagabondaggio per l’Irlanda, capitai in un piccolo villaggio dove c’era una Chiesa. Entrai per curiosità e scoprii che in quel luogo aveva vissuto una persona che era stata riconosciuta Servo di Dio. Era morto qualche anno prima e un gruppo di donne tutti i giorni andava a parlare con il corpo, al quale raccontava i propri problemi e le proprie gioie. Mi fermai a parlare con le signore e loro erano convinte che ogni giorno, alla stessa ora, la salma emanasse profumi di rosa. Presero una giacca che era appartenuta al morto e mi obbligarono ad indossarla, perché erano convinte che mi avrebbe protetto dal male e dal peccato. Ciò che mi colpì di tutto ciò fu che queste persone si stavano rapportando con una persona “viva” e che interagiva con loro. E’ lo stesso tipo di esperienza che percorre la fede popolare. I santi e le Madonne (Nere, Addolorate, Immacolate, Regine) sono statue significanti riempite di significati. Durante la visione del film, a causa delle bellissime immagini dedicate al fenomeno del tarantismo, mi sono tornate in mente le ricerche multidisciplinari dell’etnologo Ernesto De Martino, grande conoscitore della materia.   

E’ un mondo collettivo, dove gli avvenimenti vengono vissuti coralmente e i riti religiosi, che spesso trovano le proprie radici in precedenti riti pagani, creano un’anima comune. Pannone in questo lavoro capisce una cosa: le persone hanno bisogno di riconquistare una propria identità, sempre più minacciata dalla globalizzazione. Nello stesso momento il regista svolge una riflessione sulle radici delle comunità locali, sottraendole alla retorica xenofoba e razzista. Quindi la difesa delle proprie tradizioni non è elemento di rivendicazione verso identità diverse, ma il tentativo di riconnettersi alla propria memoria. E c’è differenza fra memoria e rimpianto. Chi ha memoria è in grado di affrontare la fragilità del presente, mentre chi ha rimpianto rimane imprigionato nel ricordo del passato.

Nel documentario sono citati anche alcuni interventi di intellettuali (Pasolini, Dolci), letti dalle bellissime voci di Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco. Ma si cita anche il brano di una lettera che Mario Soldati scrisse a Ermanno Olmi: “Abbiamo perduto qualcosa di essenziale, valeva la pena? Valeva la pena, sì certo, certissimo. Ma bisogna pure che recuperiamo quel qualcosa che abbiamo perduto”. In questo senso Pannone, con il suo viaggio nelle fedi e nelle musiche popolari, invita il pubblico a far dialogare le immagini che scorrono sullo schermo con quelle che abbiamo nel nostro intimo.

Nel film si scopre una parte del libro di Ignazio Silone che racconta la vita di S. Giuseppe da Copertino, il santo “cafone”. Poi c’è la musica, assolutamente ben raccontata da Sparagna, il quale ha riorganizzato le musiche popolari definendo una colonna sonora costruita da fisarmoniche, organetti, tamburi e rumori della natura.

Ma è le lettura delle note di regia di Pannone ad illustrare il vero senso dell’operazione di questo imperdibile lavoro: “Ogni anno a Catania devoti di ogni ceto ed età festeggiano Sant’Agata. E’ una folla vivace e agitata, che avanza trasportando l’immagine della santa per le vie della città come se andasse in guerra. Ecco, la religione popolare da noi nel profondo ci rivela il Paese: invasioni, soprusi, rivolgimenti, morte, hanno accompagnato duemila anni di storia e la devozione per i santi spesso ha rappresentato un conforto, specie per i più umili. Un sentimento popolare che per secoli non ha filtrato il dolore, la violenza, come ancora oggi è evidente vicino Napoli, tra i fedeli che, al limite del fanatismo, si contorcono e urlano davanti alla Madonna dell’Arco, chiedendo la grazia. Oggi le cose sono cambiate, le guerre sembrano lontane e la devozione religiosa si è fatta più composta, oltre che minoritaria. Rimangono vivi per fortuna i canti e le musiche devozionali. E si fa avanti un rinnovato bisogno di sacro. La violenza è altra. Come ci rammenta Pierpaolo Pasolini, la sentiamo in altro modo, nella società dei consumi che si ostina a imporci il suo sorriso forzato, per esempio. Non mancano gli interrogativi. Quanto alberga segretamente in ciascuno di noi? Siamo solo figli di questo presente? O anche altro che non sappiamo più vedere?”

Quanto alberga segretamente in noi?  

Francesco Castracane 

Scheda Fonti e Crediti Musicali

foto slide copertina: Roma Film Festival 2016

 


in Cultura, 21/03/2017