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Sport: questione di valori

Federica Petralli
Redazione

Lo sport è un valore, un diritto ma anche una grande responsabilità. Il suo effetto è travolgente e spesso corre il rischio di essere strumentalizzato. A gennaio del nuovo anno si palesa un ottimo spunto per fermarsi a riflettere su questo argomento.

 

E’ il “Premio l’Altropallone”, oggi arrivato alla sua 19esima edizione, che nasce nel 1997, con l’intento di promuovere consapevolezza e svegliare le coscienze in merito allo sfruttamento del lavoro minorile, nell’economia delle attrezzature sportive. In alternativa al più famoso Pallone d’Oro, il premio va a chi si è adoperato nel corso dell’anno nel mondo dello sport in azioni di solidarietà e tutela dell’infanzia e adolescenza. La giuria del premio è composta da giornalisti, operatori del mondo dell’informazione e del volontariato, a cui si aggiungono, anno per anno, i vincitori del premio.

La finalità del premio e delle attività di questa iniziativa (come le campagne Altrimondiali) è quella di contrastare gli aspetti più negativi dei grandi eventi sportivi, in cui è costantemente presente lo spreco di risorse, un esasperato consumismo, una comunicazione di massa asservita agli sponsor che operano extra-legge, per non parlare dello sfruttamento di quelle persone, emarginate, che si tenta di nascondere agli occhi dei turisti.

Per Altropallone, associazione che dal 2008 è diventata Onlus, il calcio ed in generale gli sport, debbono essere passione popolare, fattore di sviluppo culturale, elemento di coesione sociale, di pace e di solidarietà, con particolare focus sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, contro lo sfruttamento del lavoro infantile e minorile, per lo sviluppo sociale e umano delle giovani generazioni.

A gennaio 2016, il 19esimo premiato, è Alessandro Lucarelli, capitano coraggioso di una squadra economicamente fallita e agonisticamente retrocessa, insieme ai suoi compagni ed allo staff tecnico è un raro esempio di dignità sportiva in campo e di solidarietà umana fuori dal campo. La fascia di capitano è una onorificenza che implica un riconoscimento di merito ma anche delle responsabilità. Lucarelli è stato in grado di farsene carico seguendo la sua squadra in serie D.

"Il pallone italiano è malato e pieno di debiti, se i regolamenti fossero applicati seriamente appena una manciata di squadre potrebbe iscriversi ai campionati", dice il premiato, in un intervista su “Il fatto quotidiano.it".

Parole difficili da dire in un epoca in cui il calcio è più una questione di business, di status sociale, anziché l’incarnazione degli onorevoli valori di cui lo sport dovrebbe farsi promotore. Ancor più difficile è metter in atto delle azioni concrete: rinunciare alla carriera in favore dell’impegno che il capitano ha nei confronti della propria maglia, dei propri compagni, dei propri tifosi.

Il problema affrontato da Lucarelli purtroppo non riguarda solo il Parma. La fotografia della crisi è impietosa ed espone il calcio italiano al rischio di altre dolorose perdite nei prossimi anni. Quella seguita oggi da presidenti sempre più nei guai è tutt'altro che virtuosa e porta a un peso ormai insostenibile alla voce debiti, come ben evidenzia Giovanni Capuano su Panorama il 15 maggio 2015: 3.686.000.000 euro, ovvero 3,6 miliardi con crescita dell'8,3% rispetto all'anno precedente a fronte di ricavi da 2,7 miliardi quasi fermi (+1,2%). Eppure, tra attività professionistica, dilettantistica e relativo indotto, il movimento economico complessivo del calcio italiano ha prodotto nel 2013/14 un giro d’affari stimabile in circa 13 miliardi di euro, dato in crescita del 53% negli ultimi dieci anni, che pone il calcio tra le prime dieci industrie italiane (dati Figc, ReportCalcio, 2015).

La causa può essere una sola: la perdita di valori. Per quanto questi siano beni immateriali, considerati di certo di seconda importanza a chi tira le fila del business “calcio”, sono fondanti qualsiasi realtà sportiva. Se si prescinde da essi rimane solo un’impresa senza prodotto “da piazzare”, ed il sistema collassa in una estenuante corsa al consumismo: più soldi per fare più debiti.

L’esempio di Alessandro Lucarelli apre uno spiraglio di speranza e quindi va riconosciuto: è proprio una questione di valori, ed in questo caso anche di lavori portati avanti con il giusto impegno, con la necessaria responsabilità e dignità.

A completare un quadro problematico del mondo sportivo, la condizione delle donne nello sport.


Oltre al “Premio l’Altropallone” la giuria conferisce anche il Premio SPACE , conferito ogni anno all’Ente Locale, Comunità o associazione che si è distinta per aver dato “Spazio alla pace”, coniugando sport, partecipazione, integrazione, cooperazione, solidarietà e coesione sociale. La settima edizione va a ASSIST, Associazione delle Atlete Italiane che lotta per le pari opportunità nello sport professionale. Nel 2015 tante donne sportive hanno dato lustro all’Italia con vittorie prestigiosissime a livello internazionale, ma osannate per un giorno, quando vincono tornei mondiali, tornando ad essere dilettanti per il resto della vita. Proprio cosi: le donne italiane, dalla prima all’ultima, non hanno accesso ad una legge dello stato, la L. 91 del 1981, che regola il professionismo sportivo. Secondo la legge, lo status di “sportivo professionista” diverso da quello di “dilettante” è, infatti, definito dalle singole federazioni sportive nazionali, che dovrebbero osservare le direttive stabilite dal CONI. A 34 anni dall’entrata in vigore di questa legge, però, il CONI non ha ancora chiarito cosa distingue l’attività professionistica da quella dilettantistica e la mancanza di un chiarimento ha determinato una grave discriminazione, penalizzando le donne. Questo “dilettantismo imposto” alle atlete impedisce loro di usufruire della legge 91/81 che regola i rapporti con le società, la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria, il trattamento pensionistico, la maternità, ecc. Anche le atlete italiane di cui tutti siamo orgogliosi dalla Vezzali alla Pellegrini, dalla Kostner alla Idem, secondo i regolamenti del CONI lo fanno per “diletto”. A decidere chi si può qualificare come atleta professionista e chi no, sono il Coni e le sue Federazioni. Al legislatore però è sfuggita l'eventualità che gli organi sportivi potessero scegliere solo delle discipline maschili e non le omologhe discipline femminili. E infatti così è accaduto. A oggi, in Italia, unici atleti professionisti possono essere soltanto maschi. Le donne, insieme agli uomini di numerose discipline sportive, possono tornare trionfanti da grandi imprese, da un Mondiale o da una Olimpiade, ma saranno sempre e soltanto delle dilettanti.


Una legge che non garantisce le tutele costituzionali tanto volute e “sudate” ma soprattutto non riconosce, non sottolinea i valori e i lavori dello sport, con tutta la valenza sociale che questi comportano. Lo sport è un mezzo di trasmissione di valori universali e una scuola di vita che insegna a lottare per ottenere una giusta ricompensa e che aiuta alla socializzazione ed al rispetto tra compagni ed avversari. E’ responsabilità, coraggio, fatica, impegno quotidiano, legalità e incontro. Per chi lo merita portando in alto, con onore e rispetto, la bandiera italiana è anche lavoro.

Lo sport ha il potere di cambiare il Mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione (Nelson Mandela)

Federica Petralli


in Diritti, 30/12/2015