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Màxima Acuña e la sua Terra

Veronica Silva Alvarado
Alfombra Roja Italia

La febbre dell’oro

 

Nella provincia di Celendin, a 77 chilometri da Cajamarca a nord del Perù, la libertà di movimento è stata notevolmente ridotta da quando la multinazionale Yanacocha, di proprietà della Newmont Corporation, ha acquistato i terreni della zona per ampliare la miniera d’oro omonima e sviluppare il progetto di estrazione di minerali metalliferi denominato “Conga”.

La compagnia ha comprato anche la strada pubblica che conduce a casa di Máxima ed alla comunità di Santa Rosa, dove vivono circa 200 famiglie. Yanacocha possiede tutto ad eccezione della terra di Máxima Acuña Chaupe, una donna di 44 anni e meno di un metro e cinquanta di altezza che vive a Tragadero Grande dove possiede 24,8 ettari di terra che non intende abbandonare.

Mentre le sue mani laboriose scorrono tra il coltello e la buccia delle patate affettate fini per il minestrone, Máxima comincia il suo racconto e le parole si mischiano allo scroscio della pioggia che si abbatte sul tetto di lamiera. Il primo ricordo di Máxima va al 9 agosto del 2011, quando la Yanacocha, dietro consenso della polizia, ha tentato di espropriare con la forza  il pezzo di terra mancante per il completamento del suo progetto.

Máxima ha ottenuto il suo terreno legittimamente nel 1994. Così dicono i documenti. Nelle zone alto-andine le terre sono di proprietà delle comunità che le danno in concessione ai contadini. La vendita di questi è possibile solo se i 2/3 della collettività e il proprietario della singola parcella firmano congiuntamente il consenso. Nel 1996 la Yanacocha ha comprato dalla comunità di Sorochuco centinaia di ettari, tra i quali, a suo dire, anche il terreno di Máxima. Lei però non è stata interpellata e, ignara della compravendita, non solo ha rischiato di essere cacciata con la forza, ma è stata denunciata per aver invaso illegalmente la sua stessa proprietà.

Dopo quasi 4 anni di processo penale, il 17 dicembre 2014 Máxima è stata riconosciuta innocente dal tribunale di Cajamarca. Ma la Yanacocha non si arrende. Incuranti di un processo in corso, convinti che Máxima sia nel torto, gli uomini della vigilanza privata dell’azienda intervengono irrispettosamente sul terreno per rimuovere ogni possibilità di sussistenza della donna. A luglio 2015 la casa di Máxima era un campo bombardato di macerie. Un rettangolo di pietre grigie a ricordo di una casa in costruzione e zolle bruciate dove prima c’era un campo di patate.

«A volte, di notte, qualcuno a cavallo gira intorno alla nostra casa. Li sento sempre più vicini. Si fermano e poi se ne vanno». Dice con la voce un po’ rotta Máxima. E così nel tentativo di difendere un diritto reale, una proprietà che suppone sia la sua, la Corporation lede i diritti umani di un’intera famiglia. Mentre la Yanacocha pensa che il conflitto giri intorno a una terra, Máxima parla di Terra. La sua resistenza non è solo la difesa legittima di un possesso, Máxima, come gran parte della popolazione della regione, è in “pié de lucha” contro il progetto Conga nel suo insieme.

Máxima si sente investita della responsabilità di difendere il territorio dall’attacco della multinazionale che al posto di cinque laghi sorgivi e del paramo alto-andino vorrebbe una miniera d’oro a cielo aperto. Se Máxima non lascerà la sua casa -“Conga no va”- e la Newmont rischia di perdere il corrispettivo economico di 11.3 milioni di once d’oro e 3.1 miliardi di libbre di rame, la quantità di minerali che si stima estraibile nei prossimi 19 anni. Chi rappresenta la multinazionale crede che la resistenza ambientalista della contadina sia verde come i dollari che spera di ottenere appropriandosi delle sue terre.

Quest’anno Màxima ha ricevuto il “Nobel per l’ambiente”, il premio Goldman 2016, il massimo riconoscimento per coloro che nel mondo si battono a difesa dell’ecosistema, anche mettendo ad alto rischio la propria vita. Il premio, nel 2015, era stato assegnato a Berta Cáceres, la militante honduregna uccisa il 3 marzo scorso. Noi siamo oggi in piazza per dire di no alla violenza sulle (donne) protettrici della Pachamama (madre-terra), dopo che questa settima è stata aggredita, ancora un’altra volta, la nostra protettrice dei laghi. Sabato scorso, a Milano, il collettivo Alfombra Roja ha organizzato un presidio per denunciare l’abbandono del percorso di uguaglianza e per riorganizzare la resistenza attraverso l’esperienza artistico-femminista che vede il corpo libero colpire l’opinione politica.

Tradizionalmente, un tappeto rosso è usato per indicare il percorso intrapreso dai capi di Stato in occasioni cerimoniali e formali. Nel contesto attuale, in cui i nostri diritti fondamentali vengono calpestati, l’uso del rosso nelle donne sdraiate ha come significato il “tappeto rosso” (Alfombra Roja) che copre il suolo pubblico, mostrando in particolare il bisogno e l’urgenza di una nuova via per la tutela dei diritti sessuali e riproduttivi.

 

 

Veronica Silva Alvarado


in Diritti, 07/10/2016