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Filippo Biolé: NO ai Migranti? NO ai Mondiali

Stefania Magnisi
Redazione

La protesta sportiva per l'integrazione 

 

Che l’Unione Europea stia dando segni di incertezza e instabilità, lo avevamo già notato da qualche tempo. Questa volta a denunciarne l’inadeguatezza decisionale è stato un personaggio appartenente al mondo dello sport.

Filippo Biolé, master della società Nuotatori genovesi, già noto al panorama internazionale sportivo per la partecipazione ai Campionati Europei Master di nuoto nel maggio 2016, ha dichiarato che non prenderà parte ai Campionati Mondiali FINA Master che avranno luogo ad agosto 2017 a Budapest in Ungheria.

Motivo della rinuncia?  Le forti dichiarazioni del premier ungherese Viktor Orban che, non pago della barriera metallica installata per respingere i profughi (in violazione del Trattato di Shengen), adesso vuole costruire anche un muro tra il diritto magiaro e quello umanitario internazionale ripristinando la custodia cautelare per gli immigrati durante le pratiche di richiesta d’asilo. Dopo il mancato raggiungimento del quorum per il referendum sulla gestione nazionale del tema migranti in Europa, L’Ungheria ha ben pensato di ripristinare la custodia cautelare per gli immigrati durante la pratica di richiesta d’asilo. E poiché praticamente la totalità degli stranieri che bussano alle porte di Budapest sono richiedenti asilo, vuol dire che saranno messi agli arresti tutti i profughi nell’attesa che venga esaminata la domanda di protezione umanitaria, parificando di fatto questi ultimi a ipotetici criminali in attesa di giudizio.

-“Tradirei i miei ideali, però, se fingessi di ignorare che l’Ungheria che conosco e adoro, e in cui tanto sarei voluto tornare, soprattutto per poter praticare ai massimi livelli e in un impianto nuovo di zecca lo sport che amo, ha deliberatamente e ripetutamente calpestato proprio i valori di uguaglianza e inclusione di cui il nuoto è da sempre portatore nel mondo”.- Così afferma sul proprio profilo Facebook l’atleta Biolé, mosso da un profondo spirito di solidarietà e uguaglianza che non solo dovrebbe rappresentare un esempio per tutti, celebrità e comuni mortali, ma dovrebbe inoltre, e a maggior ragione, avvalorare fortemente la tesi secondo la quale lo sport, inteso come totalità delle sue discipline e dei suoi praticanti (o testimonial come piace dire alla moderna generazione Y) è (o dovrebbe essere) uno dei maggiori strumenti di coesione sociale, integrazione ed educazione, in grado di parlare un linguaggio comune e privo di limiti o confini, che siano essi temporali, spaziali o, come in questo caso, spaventosamente sociali.

 

Ed è proprio sulle parole “limiti o confini” che il nuotatore genovese vuole porre l’accento, ricordando, col suo estremo gesto di protesta – “so molto bene quale significato abbiano le gare per chi si sacrifica tanto per questo sport, avendo già programmato da tempo i propri allenamenti in funzione di un evento così importante di richiamo mondiale” – quanto lo sport dovrebbe rappresentare quella terra di frontiera dove, grazie al vigore della filantropica legge della mescolanza, avvengono scambi semplici ma significativi, volti alla condivisione, all’inclusione e all’abbattimento di qualsivoglia ostacolo a quella che può tranquillamente essere definita come un’autentica equità sociale. E’ così dunque che lo sport risponde a chi, non pago di aver gridato all’arresto di tutti i migranti, rincara la dose dichiarando che il tempo delle associazioni civiche rappresentati del capitale globale e del mondo delle politically correct è finito, e che nel prossimo futuro, tutte le sigle operanti nella promozione dei diritti umanitari saranno sottoposte a stretto controllo.

Un segnale forte quello di Filippo Biolé, un partita giocata contro chi scoraggia la politica dell’accoglienza millantando la protezione del diritto di una certa qual “sovranità” in un periodo storico-culturale in cui l’immigrazione sembra essere l’ultimo spiraglio di salvezza per chi, vittima della violenza, del razzismo o della “cattiva politica ideologica”, è costretto a correre lontano, rischiando di schiantarsi a tutta velocità contro un muro fatto di solidi mattoni chiamati: emarginazione, discriminazione ed egoismo.

Stefania Magnisi


in Diritti, 19/01/2017