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QUESTO NON É UN PAESE PER VEGANI

Giulia Zaninelli
ALIMENTAZIONE

Davvero non c’è nulla di etico nella vita di un vegano?

 

In Italia essere vegani è una scelta coraggiosa, spesso contrastata non solo dalle nonne di tutta la penisola, ma anche da un vasto gruppo di giovani, che spesso non sono neanche interessati a capire davvero le ragioni di questa scelta. Appare dunque normale che ci sia un Manifesto italiano dell’Antiveganismo intitolato “PERCHÉ NON C’É NULLA DI ETICO NELLA VITA DI UN VEGANO”.

Un insieme di dati presi a caso e di interpretazioni fallaci ma basate su terminologie tanto mediche quanto ambientaliste capaci anche di convincere i lettori. È innegabile che la dieta vegana abbia un impatto ambientale, così come tutte le altre diete, ma sicuramente questo è minore. Essere vegani non è solamente una scelta alimentare, ma comportamentale che affetta le scelte in quanto consumatori in vari aspetti della vita. I vegani non vanno allo zoo, agli acquari, ai delfinari, ai circhi (sì ci sono ancora gli animali nei circhi), non comprano animali nei negozi od oggetti di pelle, non utilizzano la lana o le piume d’oca e altro ancora.

Essere vegano è una dimensione filosofica più che una dieta: si tratta di ribaltare gli assiomi con i quali si è sempre cresciuti in un paese estremamente tradizionale e andare oltre, interessarsi, cercare di capire, essere curiosi. E sì, anche essere fastidiosi. Ma questa non è una caratteristica solo dei vegani, ma di chiunque porti avanti una ricerca personale inerente all’etica dei consumi e ponga in essere una critica al sistema di mercato dove tutto è solo ed esclusivamente merce.

Detto questo, il Manifesto italiano dell’Antiveganismo prende l’1% della popolazione mondiale, i vegani, e li etichetta come la causa principale dello sfruttamento umano. Fra gli indicatori della crudeltà di questa minoranza ci sono la quinoa, gli anacardi, le mandorle, l’avocado, la soia e i pesci.

L’autore cita la quinoa come alimento fondamentale della dieta vegana e come un prodotto che causa lo sfruttamento della popolazione contadina del Perù. Entrambe sono affermazioni false: è il mais il prodotto più colpevole di landgrabbing fra le popolazioni agricole dei paesi più svantaggiate. Il Perù è fra i primi cinque paesi al mondo che esportano mais ed è infatti il prodotto più coltivato nello stato andino. Il mais, non la quinoa. La maggior parte del mais coltivato viene utilizzato per gli allevamenti intensivi presenti in tutto il continente americano. Ergo se si mangiasse meno carne, si avrebbe anche minor bisogno di mais e quindi si ridurrebbero gli spazi destinati all’agricoltura intensiva.

Un discorso simile si può ovviamente fare anche con la soia. Se infatti è vero che è la principale causa di deforestazione, bisogna ricordare che oltre il 70% della soia prodotta nel mondo finisce negli allevamenti intensivi. Anche in questo caso, con la riduzione del consumo di carne diminuirebbe anche la superficie agricola coltivata a soia. Una dieta contenente carne ha un impatto ambientale di molto peggiore rispetto ad una dieta vegetariana o vegana.

Gli anacardi vengono descritti dall’autore come uno degli elementi fondamentali della dieta vegana. In realtà sono i salutisti ad usare gli anacardi nel loro regime alimentare; anche i vegani li utilizzano ma in maniera minore e solo per poche preparazioni specifiche. Lo stesso vale per le mandorle, utilizzate per arricchire il regime dietetico salutista ed usate anche in quello vegano, ma in maniera minore. L’autore taccia i vegani che a causa del loro intenso consumo di mandorle, le riserve idriche americane si sono prosciugate. Sì, per le mandorle. In realtà è la produzione della carne ad utilizzare più del 50% delle risorse idriche degli Stati Uniti.

 

La stessa accusa, l’eccessivo consumo di acqua, è attribuita anche all’avocado, frutto che ultimamente sembra aver invaso, fra gli altri, anche i ristoranti milanesi. Per l’autore mezzo chilo di avocado consumerebbe circa 270 litri d’acqua, il che è comunque meno degli oltre 7200 richiesti per la produzione di mezzo chilo di carne. L’avocado è anche ritenuto uno dei tanti responsabili della deforestazione, ma la storia si ripete e la produzione di carne si riafferma al primo posto in quanto a distruzione ambientale.

Ed eccoci al punto più strano citato dal Manifesto italiano dell’Antiveganismo. L’autore afferma che a causa dei vegani i fiumi del Nord America si sono svuotati di salmoni. E noi che pensavamo fosse la pesca intensiva, le reti a strascico, i FAD e gli allevamenti ittici ad aver distrutto la fauna marina, lacustre e fluviale. Un terzo della fauna marina catturata dall’industria della pesca è utilizzata come foraggio per animali da allevamento e per quelli da appartamento. Non si capisce dunque come i vegani possano contribuire allo svuotamento dei fiumi del Nord America.

Concludendo, si parla troppo facilmente di dieta vegana e mai abbastanza della filosofia vegana. Sebbene le motivazioni che conducono una persona ad intraprendere questo percorso siano differenti, il punto che accomuna tutti è quello di sviluppare una miglior coscienza ed etica come consumatori e porre in essere una critica rispetto al modello economico-sociale esistente.

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* foto di copertina su www.vegolosi.it; foto in mezzo al testo su www.meteoweb.eu
** fonti www.democraziaverde.org e www.thevision.com

 

Giulia Zaninelli

 

 

 


in Editoriali, 14/11/2017