Il 9 novembre si celebra l’anniversario della caduta del Muro di Berlino avvenuta nel 1989. Sono passati esattamente 28 anni e 28 anni è stata la durata della sua permanenza, a partire dalla sua costruzione: era il 13 agosto 1961. Per fortuna è stato un crollo voluto: non si è trattato di incompetenza edilizia, come spesso si sente dire al giorno d’oggi in riferimento al cedimento di un ponte o di un edificio, ma di spontanea volontà di abbattere uno dei peggiori simboli antidemocratici che l’essere umano abbia mai prodotto. Ciò non toglie il fatto che ci siano state comunque delle vittime, che hanno dovuto pagare con la vita il loro desiderio di libertà.

All’epoca si era in piena Guerra Fredda, termine utilizzato per indicare quella fase storica che va all’incirca dalla fine del secondo conflitto mondiale (1945) fino alla caduta del Muro di Berlino e alla conseguente dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991), periodo che vide la contrapposizione sul piano politico, militare, tecnologico, ecc., delle due superpotenze uscite vittoriose dalla seconda guerra mondiale: Stati Uniti d’America e Unione Sovietica. L’aggettivo “fredda” rimanda proprio al fatto che non si tratta del solito conflitto militare, appunto “caldo”, ma al contrario di uno scontro a colpi di chi ottiene il maggiore successo in ogni settore della società, al fine di affermare la propria supremazia.

La contrapposizione tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica ben presto si ripercosse anche sul resto del Mondo e in particolare sull’Europa, che venne spaccata in due blocchi: l’Occidente (sotto la sfera d’influenza degli U.S.A e degli alleati del Patto Atlantico) e l’Oriente o, più comunemente, Blocco comunista (controllato dall’U.R.S.S. e dagli alleati del Patto di Varsavia), realizzando la cosiddetta “cortina di ferro”. Tale spaccatura si concretizzò emblematicamente con la suddivisione della Germania in due settori: la Repubblica Federale di Germania (BRD) o Germania dell’Ovest, democratica e capitalista, e la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) o Germania dell’Est, totalitaria e comunista. Tale decisione era stata ratificata durante la Conferenza di Potsdam (17 luglio – 2 agosto 1945), ma già precedentemente elaborata nelle conferenze di Teheran (28 novembre – 1 dicembre 1943) e di Jalta (4-11 febbraio 1945), occasioni nelle quali le potenze alleate (Stati Uniti d’America, Unione Sovietica e Regno Unito) s’incontrarono per discutere delle sorti dell’Europa dopo il secondo conflitto mondiale. Tra i tanti accordi stipulati, spiccò la decisione di procedere con il disarmo e la smilitarizzazione della Germania (oltre che farle pagare un’ingente indennità di guerra), nonché lo smembramento del territorio tedesco in quattro zone di occupazione, gestite da U.S.A, U.R.S.S, Regno Unito e Francia, nonostante quest’ultima non avesse partecipato ad alcuna delle suddette conferenze. Ben presto le divergenze tra occidentali e sovietici si fecero sentire, tanto che nel giro di poco tempo la gestione della Germania si risolse in un dualismo di potere. Ma l’apice della criticità di tale situazione si toccò nei primi anni Sessanta con la costruzione del Muro di Berlino.

La fortificazione serviva per contenere la continua migrazione di cittadini che da Berlino Est si trasferivano a Berlino Ovest, una volta presa coscienza dei limiti imposti alla loro libertà dal governo autoritario filo-sovietico (attraverso ogni forma di repressione per effetto della Stasi, l’organizzazione di sicurezza e spionaggio della DDR), oltre al fatto che l’economia comunista stava attraversando una fase di stagnazione e non permetteva quindi uno standard di vita dignitoso alla popolazione. Un esodo di tale portata avrebbe quindi comportato la perdita di lavoratori specializzati e professionisti, da qui l’idea di bloccarla definitivamente, per mezzo del confino coatto. Subito il Muro di Berlino divenne il simbolo della tirannia sovietica: ai soldati venne dato l’ordine di sparare su chiunque tentasse di oltrepassarlo. Col passare degli anni la “striscia della morte”, così denominata, si arricchì anche di filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione, mine antiuomo e impianti automatici che sparavano non appena avvertivano ogni forma di movimento.

Decisivo per la svolta fu l’arrivo di Michail Gorbaciov, nuovo leader dell’Unione Sovietica, che trasformò radicalmente la politica e l’economia dell’U.R.S.S. attraverso un’attitudine del tutto nuova (Perestrojka + Glasnost) e diede piena libertà di decisione agli altri Paesi del Patto di Varsavia, promettendo di non intromettersi nei loro affari interni. L’Ungheria fu in questo modo legittimata ad aprire i suoi confini con l’Austria, permettendo così a un numero sempre più crescente di berlinesi dell’Est (soprannominati Ossi) di raggiungere i berlinesi dell’Ovest (detti Wessi). Stimolati da tali concessioni e spinti a voler ottenere di nuovo la loro libertà, la popolazione della Germani dell’Est si fece coraggio e diede origine a proteste sempre più numerose. La sera del 9 novembre del 1989, nonostante ci fosse ancora il sentore di una brutale repressione, i berlinesi di entrambe le zone della città si riunirono sotto il muro dalle rispettive parti. Dall’alto venne dato l’ordine ai soldati di ritirarsi dai posti di blocco e la popolazione festante iniziò a scavalcare il muro.

Oggi rimane poco del Muro di Berlino. Si è proceduto subito con il suo smantellamento, una volta concretizzatasi tale possibilità. Foto storiche di repertorio testimoniano comunque quanto la popolazione ne fosse avversa: da quelle che immortalano persone intente a scavalcarlo, con il rischio di essere uccise, a quelle che raffigurano le numerose scritte che hanno “imbrattato” (o forse abbellito?) il freddo cemento grigio. Si tratta di frasi e disegni sorti come forma di protesta e ribellione alla situazione drammatica che si era venuta a creare: una forma di street art nata dalla rabbia di chi non ha più potuto rivedere un parente o un amico e a cui è stata negata ogni forma di rispetto. Attualmente è possibile ammirare la East Side Gallery, il memoriale internazionale alla libertà, ossia una striscia originale di muro che è stata interamente dipinta di graffiti da parte di numerosi artisti. Tra i murales più famosi si ricordano senz’altro Test The Best, raffigurante una Trabant (macchina simbolo dell’ex Germania dell’Est) che sfonda il muro e sulla cui targa è riportata la data della caduta di quest’ultimo; The Mortal Kiss, ossia il provocatorio bacio sulla bocca tra Erich Honecker e Leonid Breznev, entrambe figure che si sono distinte per le loro posizioni antidemocratiche; Curriculum Vitae, un affresco che riporta la cronologia della vita del muro, in memoria delle vittime che non sono riuscite a sopravvivere, ma che almeno ci hanno provato; Frieden, che come dice il titolo richiama alla pace, attraverso l’impiego dei colori dell’arcobaleno; e molti altri ancora.

Con la caduta del Muro di Berlino iniziò la riunificazione della Germania, non senza difficoltà: la politica e l’economia dell’ex Germania dell’Est risentirono notevolmente della superiorità di quelle dell’ex Germania dell’Ovest, tanto che il tenore di vita fu difficile da sostenere e la disoccupazione fu una delle conseguenze più problematiche degli anni Novanta. Comunque, se i 28 anni di separazione furono una privazione di ogni forma di libertà della persona, i 28 successivi invece hanno visto finalmente la progressiva riappropriazione di tutti quei principi naturali che devono essere garantiti ad ogni singolo individuo: libertà, pace, democrazia, ecc. Che cosa sono i confini? In fin dei conti non esistono dei veri confini naturali: i confini sono solo politici, dettati dalla mente dell’uomo, spesso in modo irrazionale. Così come non esistono veri Paesi, Stati o Continenti naturali, ma solo politici: la Terra è un tutt’uno. È inammissibile impedire a una persona di potersi spostare liberamente da un territorio ad un altro. Un confine non vuol dire nulla, tanto meno un muro di cemento e filo spinato.

Per approfondimenti e per poter visitare il Memoriale del Muro di Berlino consultare il sito: www.berliner-mauer-gedenkstaette.de

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